Archivio per la categoria ‘LE APPARIZIONI DELLA MADONNA’

SUPPLICA ALLA MADONNA DI POMPEI…

3 ottobre 2010

Supplica alla Madonna di Pompei

(da recitarsi l’8 maggio e la prima domenica di ottobre a mezzogiorno)

 

I. – O Augusta Regina delle vittorie, o Vergine sovrana del Paradiso, al cui nome potente si rallegrano i cieli e tremano per terrore gli abissi, o Regina gloriosa del Santissimo Rosario, noi tutti, avventurati figli vostri, che la bontà vostra ha prescelti in questo secolo ad innalzarvi un Tempio in Pompei, qui prostrati ai vostri piedi, in questo giorno solennissimo della festa dei novelli vostri trionfi sulla terra degl’idoli e dei demoni, effondiamo con lacrime gli affetti del nostro cuore, e con la confidenza di figli vi esponiamo le nostre miserie.

Deh! da quel trono di clemenza ove sedete Regina, volgete, o Maria, lo sguardo vostro pietoso verso di noi, su tutte le nostre famiglie, sull’Italia, sull’Europa, su tutta la Chiesa; e vi prenda compassione degli affanni in cui volgiamo e dei travagli che ne amareggiano la vita. Vedete, o Madre, quanti pericoli nell’anima e nel corpo ne circondano: quante calamità e afflizioni ne costringono! O Madre, trattenete il braccio della giustizia del vostro Figliuolo sdegnato e vincete colla clemenza il cuore dei peccatori: sono pur nostri fratelli e figli vostri, che costarono sangue al dolce Gesù, e trafitture di coltello al vostro sensibilissimo Cuore. Oggi mostratevi a tutti, qual siete, Regina di pace e di perdono.

Salve Regina.

II. – È vero, è vero che noi per primi, benché vostri figliuoli, coi peccati torniamo a crocifiggere in cuor nostro Gesù, e trafiggiamo novellamente il vostro Cuore. Sì, lo confessiamo, siamo meritevoli dei più aspri flagelli. Ma Voi ricordatevi che sulla vetta del Golgota raccoglieste le ultime stille di quel sangue divino e l’ultimo testamento del Redentore moribondo. E quel testamento di un Dio, suggellato col sangue di un Uomo-Dio, vi dichiarava Madre nostra, Madre dei peccatori. Voi, dunque, come nostra Madre, siete la nostra Avvocata, la nostra Speranza. E noi gementi stendiamo a Voi le mani supplichevoli, gridando: Misericordia!

Pietà vi prenda, o Madre buona, pietà di noi, delle anime nostre, delle nostre famiglie, dei nostri parenti, dei nostri amici, dei nostri fratelli estinti, e soprattutto dei nostri nemici, e di tanti che si dicono cristiani, e pur dilacerano il Cuore amabile del vostro Figliuolo. Pietà, deh! pietà oggi imploriamo per le nazioni traviate, per tutta l’Europa, per tutto il mondo, che torni pentito al cuor vostro. Misericordia per tutti, o Madre di Misericordia.

Salve Regina.

III. – Che vi costa, o Maria, l’esaudirci? Che vi costa il salvarci? Non ha Gesù riposto nelle vostre mani tutti i tesori delle sue grazie e delle sue misericordie? Voi sedete coronata Regina alla destra del vostro Figliuolo, circondata di gloria immortale su tutti i cori degli Angeli. Voi distendete il vostro dominio per quanto son distesi i cieli, e a Voi la terra e le creature tutte che in essa abitano sono soggette. Il vostro dominio si estende fino all’inferno, e Voi sola ci strappate dalle mani di Satana, o Maria.

Voi siete l’Onnipotente per grazia. Voi dunque potete salvarci. Che se dite di non volerci aiutare, perché figli ingrati ed immeritevoli della vostra protezione, diteci almeno a chi altri mai  dobbiamo ricorrere per essere liberati da tanti flagelli.

Ah, no! Il vostro Cuore di Madre non patirà di veder noi, vostri figli, perduti. Il Bambino che noi vediamo sulle vostre ginocchia, e la mistica corona che miriamo nella vostra mano, c’ispirano fiducia che noi saremo esauditi. E noi confidiamo pienamente in Voi, ci gettiamo ai vostri piedi, ci abbandoniamo come deboli figli tra le braccia della più tenera fra le madri, ed oggi stesso, sì, oggi da Voi aspettiamo le sospirate grazie.

Salve Regina.

Chiediamo la benedizione a Maria.

Un’ultima grazia noi ora vi chiediamo, o Regina, che non potete negarci in questo giorno solennissimo. Concedete a tutti noi l’amore vostro costante, e in modo speciale la vostra materna benedizione. No, non ci leveremo dai vostri piedi, non ci staccheremo dalle vostre ginocchia, finché non ci avrete benedetti.

Benedite, o Maria, in questo momento, il Sommo Pontefice. Ai prischi allori della vostra Corona, agli antichi trionfi del vostro Rosario, onde siete chiamata Regina delle vittorie, deh! aggiungete ancor questo, o Madre: concedete il trionfo alla Religione e la pace alla umana società. Benedite il nostro Vescovo, i Sacerdoti e particolarmente tutti coloro che zelano l’onore del vostro Santuario.

Benedite infine tutti gli Associati al vostro novello Tempio di Pompei, e quanti coltivano e promuovono la divozione al vostro Santo Rosario.

O Rosario benedetto di Maria; Catena dolce che ci rannodi a Dio; Vincolo di amore che ci unisci agli Angeli; Torre di salvezza negli assalti d’inferno; Porto sicuro nel comune naufragio, noi non ti lasceremo mai più. Tu ci sarai conforto nell’ora di agonia; a te l’ultimo bacio della vita che si spegne. E l’ultimo accento delle smorte labbra sarà il nome vostro soave, Regina del Rosario della Valle di Pompei, o Madre nostra cara, o unico Rifugio dei peccatori, o sovrana Consolatrice dei mesti. Siate ovunque benedetta, oggi e sempre, in terra e in cielo. Così sia.

Salve Regina.

(vero testo della Supplica scritta dal beato Bartolo Longo)

UN SABATO PRIVILEGIATO…

14 ottobre 2009

Grande fu a Napoli, nel Settecento, il contributo di S. Alfonso de’ Liguori e, nella prima metà dell’Ottocento, quella del venerabile don Placido Baccher (Napoli 5 aprile 1781-10 ottobre 1851).

Quest’ultimo, durante la repubblica partenopea, ebbe esiliato il padre, fucilati due fratelli ed egli stesso, imprigionato in Castel Capuano in attesa di condanna, in giorno di sabato fu riconosciuto innocente e liberato. Egli il giorno precedente con fede viva aveva così pregato: «Domani è sabato; questo giorno non mi può arrecare sventura, perché è il giorno della Madonna, giorno della divina misericordia»

La sera, mentre egli si assopiva recitando il Rosario, gli apparve la Madonna, che gli disse: «Confida, figliuolo; domani sarai liberato da questo orrido carcere. Tu poi dovrai essere mio; e sarai chiamato in una delle principali chiese di Napoli a zelare le glorie del mio immacolato concepimento»

Grato al Signore e alla Vergine, Placido Baccher abbracciò la vita clericale e il 31 maggio 1806 fu ordinato sacerdote nella Basilica di Santa Restituta. Collaborando con D. Pignataro, rettore della chiesa di S. Tommaso d’Aquino, promosse intensamente una cosciente partecipazione ai sacramenti della Riconciliazione e dell’Eucaristia, l’adorazione frequente del Cristo eucaristico, la devozione all’Immacolata e un’intensa attività evangelizzatrice e caritativa.

Nominato ben presto rettore della chiesa del Santissimo Salvatore, detta del Gesù Vecchio, egli, dopo essersi consigliato col suo confessore, il barnabita Francesco Saverio Bianchi, poi canonizzato, accettò l’incarico e subito si mise all’opera per sistemare questa artistica chiesa che con la soppressione della Compagnia di Gesù era passata al Demanio e adibita a teatro, ad aula magna dell’Università e, per diversi anni, persino abbandonata. A sue spese don Placido riparò il tetto e la cupola, acquistò suppellettili ed arredi sacri, riportò all’antico splendore marmi e bronzi, e fece costruire un organo idoneo per rendere più solenni le funzioni liturgiche.

Malgrado tutto, don Placido soleva dire che la chiesa gli sembrava una casa senza padrona e una reggia senza regina. Fece perciò modellare dall’artista napoletano Nicola Ingaldi la Madonnina, come gli era apparsa durante la sua prigionia in Castel Capuano. La statua è di proporzioni ridotte, è parte in creta e parte in legno; le sue vesti sono di lino ingessato e inargentato; sul manto, sulla veste e sopravveste sono dipinti fiori, stelle e frange dorate. La Madonnina sorregge sul braccio sinistro il Bambino, mentre col piede schiaccia la testa del serpente.

Don Placido volle porre nelle mani della Madonna e del Bambino la corona del Rosario, e ai piedi della Vergine, sul globo, simbolo del mondo, un gruppo di teste di angeli; a destra e a sinistra due angeli recanti nelle mani un giglio e una stella; e ancora a destra uno specchio e a sinistra una rosa quasi a richiamare le litanie lauretane.

La Madonnina fu collocata su un trono composto di colonne e cornici di legno indorato e ghirlandato di lauro, con in alto, a rilievo, le persone della Santissima Trinità. Vi si accede con due rampe di scale in marmo, sulle quali si adagiano due angeli sostenenti candelabri di bronzo dorato.

A questo punto va menzionata una data storica di grande importanza per la devozione dell’Immacolata a Napoli. Leone XII, a chiusura dell’anno giubilare del 1825, concesse all’Archidiocesi partenopea di celebrarlo ancora per tutto il 1826. Don Placido promosse ed ottenne dal Capitolo Vaticano che la Madonnina fosse incoronata il 30 dicembre 1826 dal card. Luigi Ruffo di Scilla, arcivescovo di Napoli.

La celebrazione fu solennissima e vi presenziò il re Francesco II con la regina Elisabetta. Incessante fu il pellegrinaggio dei fedeli e straordinaria la partecipazione ai Sacramenti. Allora don Placido scrisse al cardinale arcivescovo che la gran Signora gli aveva imposto di riferirgli queste sue parole: «Beati i sacerdoti che celebreranno al mio altare e beati i fedeli che vi faranno la comunione nel sabato seguente alla mia incoronazione»

Da allora sino ad oggi nel cosiddetto Sabato privilegiato accorrono a venerare la Madonnina di don Placido innumerevoli pellegrini a confessarsi e a ricevere l’Eucaristia da Napoli e dalla Campania. All’altare maggiore si celebrano ininterrottamente sante Messe durante la notte e il giorno e vari sacerdoti e diaconi distribuiscono l’Eucaristia. Non manca mai a presenziare l’Eucaristia e a confessare il cardinale arcivescovo.

LA VERGINE DELL’ EUCARISTIA

23 maggio 2009
 
 
                                                                                                                                                                 
 
C’è un singolare culto mariano presso un rigoglioso uliveto della
campagna di Manduria, appena fuori della circonvallazione, in una vera
e propria oasi di paradiso in terra, dove è visibile un arco con la
scritta “ Madonna  dell’Ulivo” e a fianco una modesta cappelletta che
Debora Marasco, 25 anni, di Manduria, ha fatto costruire in onore
della Vergine Santissima.
Debora , la ormai famosa “Veggente di Manduria” ,  è la ragazza che
asserisce di vedere da 7 anni la Madonna, esattamente  dal giorno in
cui le apparve la prima volta proprio lì, in quel piccolo podere,
sotto un Ulivo che ora è stato ribattezzato “l’albero dei Celesti
Colloqui”.
E anche la stradina in terra battuta dove la Vergine sarebbe apparsa e
avrebbe posato i suoi piedini celesti , è ora ribattezzata la Via
dolorosa Mariana e viene percorsa in ginocchio dai fedeli;  e anche la
buca scavata da Debora su presunto ordine della Madre Celeste,
affinchè l’uomo ricordi sempre da dove proviene, è diventata oggetto
di culto.Ogni pellegrino  raccoglie una manciata di quella terra e si
segna
sulla fronte.  E’ presso quel santuario dedicato alla Madonna
dell’Ulivo che Debora Marasco , LA VEGGENTE DI MANDURIA, si reca tutti
i giorni e nelle grandi occasioni di incontro e preghiera accoglie i
numerosi pellegrini che vengono da ogni parte d’Italia e anche
dall’Estero, dalla Svizzera, dalla Francia. Si formano delle vere e
proprie processioni, soprattutto durante la Quaresima e in particolare
durante la settimana santa, quando Debora  è chiamata a rivivere ,
anche nella carne , il calvario e la passione di Cristo. Tutti hanno
potuto vedere come il suo corpo si riempia di piaghe sanguinanti e ,
rapita in un’estasi , come la ragazza venga straziata dalle stimmate
che le si formano improvvisamente , alle tempie, come se le venisse
posta la corona di spine, sulle ginocchia, sulle mani, sui piedi. E
sulla schiena compaiono i segni delle frustate. Ci sono migliaia di
testimonianze. Anche quest’anno , in occasione della settimana santa,
ciò è accaduto e  ci lascia sbalorditi , stupefatti, annichiliti,
senza parole, senza poterci dare una risposta logica, razionale.Ma i
pellegrini rispondono con la loro fede e si prostrano dinanzi alla
statua della Madonna  e pregano, invocano grazie e benedizioni.
Ma che dice la Santa Vergine?
Debora parla lentamente , con voce calda, suadente, in un ottimo
italiano ( ha conseguito la maturità Classica). E’ una  ragazzona
ingenua ,dai grandi occhi celesti e capelli corvini:“ Pregate, pregate
molto, con fede, solo così si possono fuggire le tentazioni del
Maligno.”Ecco quel che dice la santa Vergine.
Intanto la Chiesa però diffida i credenti e il Sindaco di Manduria ha
emesso un’ordinanza di smantellamento della Cappella abusiva.
Lei dice che è sottoposta a una vera e propria persecuzione, che non
cederà, che lotterà con tutta se stessa, ammenochè non sia la Madre
Celeste che dovesse chiederle questo ennesimo sacrificio.

LA CHIAMATA DI Debora  Marasco20 maggio 1992  Manduria ( Puglia )
La sua è una vita come tante altre, ,dove i contrasti in famiglia segnano la sua sensibilità e le formano un carattere tenace e ribelle. Il suo cammino procede con alti e bassi tra studio e divertimenti; la quotidianità è come quella di molti suoi coetanei, che non mancano di croci in famiglia. Chi la conosce sa delle sue convinzioni sulla inesistenza di Dio e sul fallimento di certi valori difesi dalla Chiesa, che non esita a criticare aspramente. La condizione avversa del patrigno nei confronti della fede cattolica pesa sulla sua formazione sviluppatasi in un ambiente che sa cogliere solo il senso del pratico.
Debora ha un carattere inquieto, nonostante sia amata dalla madre, che a suo modo cerca di salvaguardarla, anche con maniere forti, dalla stravaganza tipica dell’età.
Quel giorno, come era solita, se ne va a fare la spesa in compagnia del fidanzato. È proprio su questo tratto di strada che viene folgorata interiormente. Una voce suadente dal timbro maschile la rassicura carezzandole il cuore e parlandole all’orecchio:
«Figlia, guarda l’orizzonte e vedrai che la tua strada non è questa, ma un’altra».
La natura sensibile ma riservata le impone un austero silenzio osservato per un lungo periodo, sino a quando segni evidenti la costringono a rivelare il suo intimo segreto. L’estate è giunta, tra i tanti inviti allettanti che riceve giunge quello di una serata in discoteca. L’idea è colta al volo! La gioia è piena e nel bel mezzo di questa felicità umana la misteriosa e intensa voce d’uomo le parla ancora:
«Figlia, cammina nella Mia Parola e Io ti condurrò pian piano là dove esiste il giusto Padre».
L’animo suo è profondamente scosso e, pur mascherando il momentaneo disagio, non può far a meno di ritirarsi dalla compagnia e fare ritorno a casa. Ella però rimane indifferente alla fede, ma dietro l’insistenza della madre partecipa a un pellegrinaggio, durante il quale l’insofferenza cresce di ora in ora perché costretta a seguire la processione tra stradine scoscese e scomode. Al termine del percorso penitenziale una luce immensa la invade sino a rapirle completamente i sensi; da essa sente scaturire una voce femminile e soavissima, «come fosse un canto»:
«Se camminerai con Me la strada non ti peserà. Cammina, cammina, Io sarò con te».
La giovane sente venirle meno le forze e si accascia provando un dolore vivissimo al petto. Si chiude nel mutismo che non l’aiuta certo a comprendere quanto le è successo, e ciò la prostra sino a maturare l’idea che un forte esaurimento fisico l’abbia colpita. Raccogliendo ogni energia, giura a se stessa di resistere e respingere, contro ogni evidenza, qualsiasi circostanza misteriosa somigliante a quella. Col passar del tempo la sua anima è angustiata da un’incomprensibile combattimento; sono i primi impulsi di ricerca interiore verso Dio.
In ottobre lo spirito della creatura, corteggiata dall’Amore, è profondamente scosso da una nuova celeste visita:
«Chi credi che Io sia? Sono la tua pace, il tuo cammino sicuro. Sono Gesù il tuo Maestro, il Buon Pastore, piccola Mia. Io desidero essere in te».
Le parole di annichilimento che l’anima ripeterà nell’atto di esprimere il suo stupore per le improvvise manifestazioni del Signore, mettono in luce quanta strada abbia percorso in breve tempo.
Nel progressivo sviluppo dell’iniziativa celeste, Debora, che non aspira a rapimenti mistici, comincia a fare seria esperienza di Dio. Prendendo coscienza della sua infinita miseria, è colta da sconosciuto dolore: il rimorso di aver offeso Dio in molti modi. Nelle pagine dei suoi scritti infatti appaiono i suoi sfoghi spontanei dando maggiore visione di come Ella consideri la sua indegnità per quanto le viene donato.
La comunione con Gesù muove i primi passi quando, superando la timidezza, Gli domanda: «Perché vieni da me, che sono così miserabile e peccatrice?» Si spinge perfino a dire: «Forse hai dimenticato che in passato ti ho sempre tradito?» Indubbiamente la risposta divina ci introduce con incantevole semplicità nei misteriosi rapporti, che passano tra il Creatore e la creatura:
«Anche Giuda Mi avrebbe tradito, eppure lo scelsi come discepolo. Credi non sapessi già prima quello che Mi avrebbe fatto?… Io sono venuto per i malati, anima Mia, e non per i sani! La tua miseria Mi piace e la tua debolezza spirituale Mi permette con facilità di modellarti… Io uso i deboli e gli impotenti per piegare i forti e i potenti! Così dice lo Spirito di Dio».
La grandezza del Signore si contempla nel dono che Egli fa di Se Stesso alle anime:
«Figlia, il Mio Cuore è irreparabilmente stritolato. Digiuna e prega! I segni dei tempi sono incominciati; ricorda: la fede di una sola salva il mondo».

LA MADONNA DI FATIMA…

7 maggio 2009

LA STORIA DI FATIMA

La Beata Vergine Maria, la Madre di Dio, apparve per sei volte a tre pastorelli ("i Tre Veggenti")vicino alla città di Fatima, Portogallo, tra il 13 maggio e il 13 ottobre 1917). Apparendo ai bambini, la Beata Vergine disse loro di essere stata mandata da Dio con un messaggio per ogni uomo, ogni donna e ogni bambino vivente nel nostro secolo. Giungendo in un momento in cui la civiltà era devastata dalla guerra e da violenze sanguinarie, Essa promise che il Cielo avrebbe concesso la pace a tutto il mondo se le Sue richieste di preghiera, riparazione e consacrazione fossero state ascoltate ed eseguite.

"Se le mie richieste verranno esaudite…….vi sarà la pace"

 

Nostra Signora di Fatima spiegò ai bambini che la guerra è una punizione per il peccato e ammonì che Dio avrebbe ulteriormente castigato il mondo per la disobbedienza alla Sua Volontà e per la persecuzione della Chiesa, del Santo Padre e della Fede Cattolica. La Madre di Dio profetizzò che la Russia sarebbe stata scelta da Dio come "strumento di castigo", diffondendo gli "errori" dell’ateismo e del materialismo per tutta la terra, fomentando guerre, annientando nazioni e perseguitando la Fede ovunque.

"Se le Mie richieste non verranno esaudite, la Russia diffonderà i suoi errori nel mondo, provocando guerre e persecuzioni contro la Chiesa. Il buono verrà martirizzato, il Santo Padre soffrirà molto e diverse nazioni verranno annientate".

In tutte le Sue apparizioni a Fatima, la Beata Madre sottolineò ripetutamente la necessità di pregare quotidianamente il Rosario, di indossare lo Scapolare Scuro del Carmelo e di compiere atti di riparazione e sacrificio. Per prevenire l’imminente terribile castigo della Russia e per convertire "quella povera nazione", Nostra Signora richiese la solenne Consacrazione pubblica della Russia al Suo Cuore Immacolato da parte del Papa e di tutti i vescovi Cattolici del mondo. Ella chiese anche che i fedeli praticassero una nuova devozione di riparazione il primo Sabato di cinque mesi consecutivi ("i Primi Cinque Sabati").
Il nucleo del Messaggio di Nostra Signora al mondo è contenuto in ciò che in seguito venne chiamato il "Segreto" che Ella confidò ai tre piccoli veggenti nel luglio del 1917. In realtà esso è costituito da tre parti, di cui le prime due sono state rivelate pubblicamente. La prima parte del Segreto era un’orrifica visione dell’inferno "dove vanno le anime dei poveri peccatori" e conteneva una pressante invocazione da parte di Nostra Signora di atti di preghiera e di sacrifici per salvare le anime. La seconda parte del Segreto profetizzava in particolare lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale e conteneva la solenne richiesta della Madre di Dio della Consacrazione della Russia come condizione per la pace nel mondo. Essa prediceva anche l’immancabile trionfo del Suo Cuore Immacolato in seguito alla Consacrazione della Russia e alla Conversione "di quella povera nazione" alla Fede Cattolica.
 

"Voi avete visto l’inferno in cui vanno le anime dei poveri peccatori. Per salvarle, Dio desidera stabilire la devozione nel mondo al Mio Cuore Immacolato. Se la gente farà ciò che chiedo, molte anime verranno salvate e vi sarà la pace".

 Quando Ella confidò il Segreto di Fatima ai tre veggenti, la Beata Vergine promise anche che Dio avrebbe operato un grande miracolo l’ottobre seguente "così tutti potranno credere". Il 13 ottobre 1917, in presenza di 70.000 testimoni oculari, nel cielo sopra Fatima avvenne un miracolo nell’esatto momento e nel luogo preciso annunciato in anticipo dai fanciulli. I testimoni raccontarono che il sole sembrò effettivamente "danzare" nel cielo e cadere al suolo prima di tornare a occupare la sua normale posizione.

"Nell’ultimo mese farò un miracolo così tutti potranno credere".

Questo avvenimento è ora conosciuto come "il Miracolo del Sole" ed è stato giustamente definito come il più grande evento soprannaturale del ventesimo secolo. Come ha osservato un’importante autorità di Fatima, questo grande miracolo "non appartiene (solamente) alla sfera della Fede, né a quella della scienza, ma prima di tutto è un evento storico".

Nel 1930 la Chiesa Cattolica ha sottoscritto ufficialmente il Messaggio di Fatima "come degno di fede". I cinque papi successivi hanno mostrato pubblicamente la loro approvazione e la loro fiducia nella validità e nell’importanza cruciale delle apparizioni di Fatima. Diversi papi hanno visitato Fatima in pellegrinaggio solenne e Papa Giovanni Paolo II vi si è recato almeno una volta per ogni decennio del suo pontificato. Sua Santità ha attribuito pubblicamente a Nostra Signora di Fatima la sua salvezza in seguito al tentativo di assassinio del 1981 (che, per inciso, avvenne nel sessantaquattresimo anniversario della prima apparizione di Fatima). L’anno seguente, mentre a Fatima rendeva grazie per il Suo intervento, il Papa affermava che "il messaggio di Fatima è più importante e più pressante" oggi persino rispetto a quando Nostra Signora apparve la prima volta.

"Alla fine il Mio Cuore Immacolato trionferà. Il Santo Padre consacrerà a me la Russia ed essa verrà convertita e verrà concesso al mondo un periodo di pace".

Da quando la Regina dei Cieli apparve a Fatima, sono state prodotte enormi quantità di libri, pamphlet, registrazioni, film e programmi video che fanno parte di un crescente movimento mondiale di Fede e devozione (consultare il bookstore di Nostra Signora). La credenza nelle apparizioni di Fatima e nel pieno Messaggio di Nostra Signora è ora pieno sinonimo di un’adesione ortodossa alle dottrine, ai riti e alle pratiche tradizionali e agli insegnamenti della Chiesa Cattolica Romana. Molti teologi credono che il Messaggio di Nostra Signora sia destinato specificamente alle circostanze dure e difficili che viviamo oggigiorno, e suggeriscono che esso sia l’intervento del Cielo per salvare il mondo dalla guerra, dalla fame e dall’indigenza, la Chiesa Cattolica dall’apostasia e dal caos e milioni di anime dalla dannazione eterna. Nonostante il severo ammonimento riguardo alle terribili punizioni per il peccato e la disobbedienza, Fatima resta fondamentalmente un’affermazione di vita e di Fede e un messaggio di speranza e di pace per tutti i Cattolici e per tutti gli uomini di buona volontà in qualsiasi parte del mondo.

"Solo Io vi posso aiutare. Il Mio Cuore Immacolato sarà il vostro rifugio e la strada che vi condurrà a Dio".

 

Le apparizioni de Le Tre Fontane (1947) ROMA

20 aprile 2009

IL VEGGENTE

Bruno Cornacchiola nasce a Roma il 9 maggio 1913. La sua famiglia, povera materialmente, è addirittura squallida nei valori spirituali. Sua madre, assillata dal lavoro fuori casa, non può dedicarsi alla loro educazione. Suo padre, quasi sempre ubriaco, lo picchia spesso, tanto che ad un certo momento decide di non rincasare più la sera e passa la notte in qualche grotta della periferia di Roma o nei locali presso la Scala Santa.
Bruno racconta di sé:

"Viaggiavo in ferrovia e non pagavo il biglietto perché mi nascondevo sotto i sedili delle carrozze quando passava il bigliettaio e se si presentava l’occasione rubavo, preoccupato soltanto di non farmi prendere dai carabinieri. ..".

A 23 anni si sposa con Iolanda Lo Gatto. Non vuole però ricevere il Sacramento del Matrimonio e solo per accontentare la futura moglie accondiscende a celebrarlo in sacrestia.

Durante la guerra civile in Spagna parte come volontario, attratto dal miraggio della buona remunerazione, e vi rimane tre anni. Fa amicizia con un soldato tedesco, protestante, che gli instilla l’odio per la Chiesa e il Papa. Finita la guerra di Spagna, prima di ritornare in patria entra in un’armeria a Toledo e compra un pugnale, sul cui manico scrive: "A morte il Papa".
Arrivato in patria, è preoccupato nella ricerca di un lavoro e per il problema religioso che lo sconvolge. In quei giorni stende il suo piano:

"Per salvare l’umanità dovrò uccidere i preti in qualunque luogo, cercherò in tutti i modi di distruggere la Chiesa cattolica e sarà mio dovere pugnalare il Papa".

Vuole convincere la moglie ad abbandonare la sua fede cattolica e spesso la picchia. Un giorno la moglie, esasperata, fa con lui uno strano patto: "Bruno, tu vuoi che io entri con te a far parte della Chiesa protestante. .. Accetto, ma ad una condizione: ti devi confessare e ricevere la comunione nei primi nove venerdì del mese. Se alla fine di questa pia pratica vorrai ancora cambiare religione ti seguirò anch’io, se no continueremo insieme nella fede del nostro battesimo".

L’uomo acconsente e riceve per nove volte, ogni primo venerdì del mese, l’Eucaristia, ma non muta parere; così, fallita la prova, la moglie passa con lui al protestantesimo.

Ma Cristo lo attende al varco.

L’APPARIZIONE

Il 12 aprile 1947, sabato, decide di andare con i suoi figlioli al lido di Ostia, ma giunto alla stazione ostiense, il treno era già partito. Allora si dirige verso la località "Tre Fontane", nello spiazzo antistante l’abbazia dei Trappisti. Si rivolge ai bambini:

- "Gianfranco, Carlo, Isola, voi potete giocare a palla, ma non allontanatevi troppo".

Essi partono immediatamente, sparendo e apparendo tra le piante con grida festose, mentre Bruno si siede su un muretto, ai margini del boschetto di eucalipti, per preparare uno scritto contro la Vergine Maria. Si è portato una Bibbia e dei fogli e subito getta su un foglio le prime battute: "La Madonna non è Vergine, non è Immacolata, non è Assunta in cielo…".

Frattanto i bambini lo chiamano:

- "Papà, abbiamo perduto la palla, vieni a cercarla con noi!" .

Egli si alza e incontrato Carlo, il più grandicello, si dispone con lui a ispezionare il terreno. Isola si sposta e raccoglie fiori. Gianfranco siede in disparte per sfogliare un giornalino. Cornacchiola racconta:

"Carlo ed io scendemmo nella scarpata verso via Laurentina per trovare la palla, ma non la vedemmo. Desiderando assicurarmi che il più piccolo non si fosse allontanato dal luogo assegnatogli, lo chiamavo per nome ed egli mi rispondeva. Ad un certo momento, però, non lo sentii più e pur avendo alzato la voce, non ebbi nessuna risposta. Preoccupato risalii, mi portai verso i cespugli vicino alla grotta dove l’avevo lasciato, ma non lo vidi. Perciò gridai ancora più forte:

- "Gianfranco, dove sei?" - Invano.

Sempre più preoccupato lo cercavo affannosamente tra i cespugli e le rocce e finalmente trovai il bambino inginocchiato all’ingresso di una grotta, a sinistra di chi la guarda. Teneva le mani giunte come se pregasse e guardava all’interno con viva attenzione, sorridendo e bisbigliando qualcosa. Mi avvicinai di più e udii distintamente tali parole:

- "Bella Signora!… Bella Signora!…" .

- "Che dici, Gianfranco, – chiesi – che cosa fai?" .

Credevo fosse un gioco di bambini, poiché nessuno in casa aveva insegnato a lui, non ancora battezzato, quell’atteggiamento di preghiera.

Allora chiamai:

- "Isola, vieni giù, spiegami tu qualcosa!" .

Mi obbedì e…

- "Cosa c’è là dentro? - domandai – Vedi niente tu?"

- "No papà" – risponde, e nello stesso tempo anch’essa cadde in ginocchio a destra del fratellino. I fiori le uscirono dalle mani, mentre lo sguardo era fisso all’interno della grotta. Anche lei sottovoce bisbigliava:

- "Bella Signora!… Bella Signora!…" .

Io, stizzito più che mai, mi chiedevo la motivazione del curioso modo di fare dei figli che, in ginocchio, guardavano incantati verso l’interno della grotta, ripetendo le stesse parole. Pensai di chiamare Carlo che stava ancora cercando la palla e…

- "Vieni anche tu qui – pregai – e spiegami che fanno i tuoi fratelli in quella curiosa posizione… Forse l’avete preparato voi questo gioco?" .

- "Ma cosa dici – egli osservò – di quale gioco parli?… Non lo conosco e non lo so fare!" .

Appena pronunciate simili parole anche lui cadde in ginocchio a destra di Isola, con le mani giunte e gli occhi fissi ad un punto che lo affascinava entro la grotta, ripetendo le stesse parole:

- "Bella Signora!…".

- "È troppo! - gridai – Anche tu mi prendi in giro!".

Non ne potevo più e con i nervi a pezzi:

- "Carlo, – imposi – via di qui".

E, poiché non si muoveva, cercai di alzarlo, ma non ci riuscii. Sembrava di piombo. Allora ebbi paura. Mi avvicinai trepidante alla bambina e:

- "Isola – la invitai – alzati e non fare come Carlo!".

Quella non rispose. Tentai di smuoverla ma non ci riuscii. Invaso dal terrore, nell’osservare le pupille dilatate dei figli estatici e il pallore dei loro volti, abbracciai il più piccolo e:

- "Su alzati. – dissi – È possibile che le mie braccia siano state private di tanta energia?".

A questo punto:

- "Ma che cosa succede qui? – esclamai – Ci sono forse delle streghe nella grotta oppure qualche diavolo?…".

Poi, istintivamente:

- "Chiunque tu sia, fossi anche un prete, vieni fuori!".

Entrai nell’antro, deciso di prendere a pugni lo strano essere, ma la grotta era vuota".

Cornacchiola esce allora in preda alla disperazione e, piangendo convulsamente, alza le braccia e gli occhi al cielo e grida:

- "Dio, salvaci tu!”.

"Quand’ecco – egli dice – emessa l’invocazione, vidi improvvisamente due candidissime mani che si muovevano verso di me e sentii che mi sfioravano la faccia. Ebbi la sensazione che mi si strappasse qualcosa dagli occhi. In quell’istante provai un certo dolore e rimasi nell’oscurità più profonda…

A questo punto io non vedevo più né la cavità né ciò che vi stava dentro, ma fui invaso da un’insolita gioia".

In quell’istante è rapito dalla visione di una giovanile figura di donna, avvolta nello splendore di una luce d’oro, ferma e dolcemente statica. Bruno la fissa con trasporto, vinto dal fascino di tanta bellezza, attratto da quella luce che, pur intensissima, non offende la vista ma lo inonda di soavità sovrumana. La donna veste una tunica bianca e luminosa, stretta ai fianchi da una fascia rosa. Ha capelli neri, un tantino sporgenti dal velo verde-prato che la copre dalle spalle ai piedi. Da sotto la vesta escono i piedi nudi e verginali, fermi sopra un masso di tufo anch’esso circondato di luce. Nella mano destra regge, appoggiandolo al petto, un libro di colore grigio, su cui tiene pure l’altra mano. Soprattutto è affascinato dal volto di quella creatura, un volto in cui si fondono il candore innocente della puerizia, la vaghezza e la grazia della verginità, la gravità maestosa della sublime maternità. Continua il veggente:

"Vidi che la bella Signora lentamente muoveva la mano sinistra ed indicava qualcosa ai suoi piedi. Guardai e vidi a terra un drappo nero sostenente una croce spezzata".

Cornacchiola pensa che quel drappo nero, simile a una veste stracciata, e la croce spezzata, volessero alludere all’abito talare, con ogni altro segno di distinzione, da molti religiosi e sacerdoti ormai messo da parte.

"Il mio primo impulso fu quello di lanciare un grido, ma la voce mi moriva in gola".

L’Apparizione, quasi offrendo il libro che teneva in mano, con tono ineffabilmente dolce disse:

- "Sono Colei che sono nella Trinità Divina".

- "Sono la VERGINE DELLA RIVELAZIONE.

- "Tu mi perseguiti, ora basta! Entra nell’ovile santo, corte celeste in terra. Il giuramento di Dio è e rimane immutabile: i nove venerdì del Sacro Cuore, che tu facesti, amorevolmente spinto dalla tua fedele sposa prima di iniziare la via dell’errore, ti hanno salvato!".

Intanto un profumo misterioso e indefinibile inonda l’ambiente e sembra coprire la sporcizia del suolo, triste strascico di squallidi incontri.

Dopo essersi così presentata, la celestiale Signora tiene una prolungata allocuzione al figlio che sta per ritornare a Dio, parte della quale è rivolta a lui stesso e a tutti i fedeli, l’altra invece contiene un messaggio segreto per il Santo Padre. Poi continua:

- "Desidero darti una sicura prova della divina realtà che stai vivendo, perché tu possa escludere ogni altra motivazione del tuo incontro, compresa quella del nemico infernale. E questo è il segno: Quando incontrerai un sacerdote nella chiesa o per via, avvicinalo e rivolgigli questa espressione: "Padre, le devo parlare!". Se costui ti risponderà: "Ave Maria, figliolo, cosa vuoi?" pregalo di fermarsi perché è quello da me scelto. A lui manifesterai ciò che il cuore ti dirà e obbediscilo, ti indicherà infatti un altro sacerdote con queste parole: "Quello fa per il tuo caso".

- "Ti recherai poi dal Santo Padre, il supremo pastore della cristianità e gli consegnerai personalmente il mio messaggio. Ti condurrà dal Papa qualcuno che io ti indicherò".

- "Alcuni a cui tu narrerai questa visione non ti crederanno, ma non lasciarti deprimere…".

Poi, con atteggiamento di materna benignità e serena mestizia, l’incantevole Signora gira su se stessa e si allontana.


Nel messaggio, la Madonna chiede con insistenza a tutti la preghiera ed invita alla recita del Rosario:

- "Si preghi assai e si reciti il Rosario quotidiano per la conversione dei peccatori, degli increduli e per l’unità dei cristiani. Le Ave Maria che voi dite con fede e amore, sono tante frecce d’oro che raggiungono il Cuore di Gesù".

Ed ecco, quasi a premio di coloro che ascolteranno il suo materno messaggio, la Vergine promette celesti favori:

- "Con questa terra di peccato opererò potenti miracoli per la conversione degli increduli".

Nella sua bontà Ella vuole anche svelare il Figlio nei misteri della sua vita intima, legata alla Augusta Trinità:

- "Il mio corpo non poteva marcire e non marcì. Mio Figlio e gli angeli mi vennero a prendere al momento del mio trapasso".


Il 9 dicembre 1949 il Santo Padre Pio XII invitò i tranvieri di Roma, accompagnati da padre Rotondi, a recitare con lui il Rosario nella sua cappella privata. Lasciamone la descrizione a Cornacchiola:

"Tra i lavoratori c’ero anch’io; portavo con me il pugnale e la Bibbia sulla quale stava scritto: "Questa è la morte della Chiesa Cattolica, col Papa in testa". Volevo consegnare al Santo Padre il pugnale e la Bibbia. Finito il Rosario il Papa disse:

- "Qualcuno di voi mi vuol parlare?".

Io mi inginocchiai e dissi:

- "Santità, sono io!".

Gli altri lavoratori fecero largo per il passaggio del Papa; egli si chinò verso di me, mi pose la mano sulla spalla, avvicinò il suo volto al mio e chiese:

- "Cosa c’è, figlio mio?".

- "Santità, qui c’è la Bibbia protestante che interpretavo erroneamente e con la quale ho ucciso molte anime".

Piangendo consegnai anche il pugnale sul quale stava scritto "Morte al Papa" e sussurrai:

- "Chiedo perdono di aver osato solo pensare a tanto. Avevo progettato di ucciderla con questo pugnale!".

Il Santo Padre prese quegli oggetti, mi guardò, sorrise e osservò:

- "Caro figlio, con ciò non avresti fatto altro che dare un nuovo martire alla Chiesa, ma a Cristo una vittoria dell’amore.."

LA MADONNA DELL’ARCO(NA)

12 aprile 2009

LA STORIA: Il luogo e l’immagine

La pia usanza di erigere edicole sacre lungo le vie, sui muri delle case, sull’ingresso dei poderi è antichissima. Un uso che segnava oltre la devozione punti di riferimenti nel territorio. Tante sono le testimonianze rimaste quasi intatte da molti secoli.

Così nel quattrocento sorgeva un’edicola dedicata alla Madonna sul margine della via che collegava a Napoli i vari comuni vesuviani, nel lato del Monte Somma. Tale edicola era a pochi chilometri dalla Capitale del meridione d’Italia, in territorio del comune di Sant’Anastasia nella contrada che si chiamava "Arco" per la presenza di arcate di un antico acquedotto romano. Il Domenici parla di un arco «grande, antico di fabbrica che li faceva (all’immagine) ghirllanda e corona e la difendeva dalle piogge, grandine e tempeste… e che era rifugio degli uomini e degli animali». Perciò l’immagine era detta "Madonna dell’Arco" .

L’edicola, come ci testimonia fr. Ludovico Ayrola, in uno scritto della fine del seicento, era formata da «una piccola, povera ed antica conicella di fabbrica, in cui con semplici colori effigiata si vedeva la gloriosissima Vergine Maria con faccia grande e sovramodo venerabile». Il Domenici, nel suo Compendio, così descrive il dipinto dell’edicola, che egli vide la prima volta nel 1594:

«Questa divotissima Immagine della Madre di Dio sta dipinta in muro, che con la man sinistra teneramente abbraccia il suo Sacratissimo Figliolo, il quale con la mano destra stringe un pomo: la cui dolcissima Madre mostra l’età di una dolcissima fanciulla di diciott’anni circa, ed è agli occhi di tutti devota, graziosa e bella, tirando più presto al chiaro e bianco che al nero e oscuro… Par che stia a sedere sopra una sedia, secondo alcuni, ma secondo altri pittori siede sopra una meravigliosa nube… Né è da passare con silenzio la proprietà singolare di questa Sacratissima Immagine, avendo un’attrattiva mirabile di modo che rapisce i cuori delle persone che la risguardano, anzi secondo i tempi par che si mostri allegra e malinconica e da qualsivoglia parte e in qualsivoglia modo si risguardi, essa con occhio grazioso e vago vi mira, e ferisce né mai vi saziate di vederla e di mirarla».

Il dipinto certamente non vanta pregi artistici, ma colpisce la mesta espressione del volto dominato da due grandi occhi che hanno l’effetto di penetrare l’animo di chi li guarda, lasciandovi un ricordo indelebile. 

Il primo miracolo

Il lunedì di Pasqua del 1450, celebrandosi come di consuetudine ogni anno, dagli abitanti della contrada una festicciola in onore della Beata Vergine Maria, avvenne un prodigio che richiamò su quell’immagine l’attenzione di tutti i fedeli delle terre circonvicine. Presso l’edicola tra le altre cose si giocava a palla-maglio; il gioco consisteva nel colpire una palla di legno con un maglio, e vinceva colui che faceva andare più lontano la propria palla.

Tirò il suo colpo il primo giocatore, poi l’altro, tirò il suo con più energia ed abilità tanto da poter esser certo della vittoria se questo tiro non fosse stato fermato dal tronco di un albero di tiglio, che era sulla direzione e vicino all’edicola della sacra immagine. Indispettito e fuor di sé dalla collera, questi bestemmiò ripetute volte la Santa Vergine, poi, raccattata la palla dal suolo, al colmo dell’ira, la scagliò contro l’effige, colpendola alla guancia sinistra, che subito, quasi fosse stata carne viva, rosseggiò e diede copioso sangue. Gli astanti che, attratti dal gioco, si erano fatti intorno ai due giocatori, ebbero un grido di orrore.

Riavutisi dallo stupore, i presenti presero il disgraziato, e gridando ad un tempo miracolo e giustizia, ne avrebbero fatto scempio, se non fosse giunto opportuno a liberarlo dalle loro mani il conte di Sarno, Gran Giustiziere del Regno, comandante la compagnia contro i banditi. Questi, trovandosi nella contrada, richiamato dal tumulto, accorse con i suoi uomini e s’impadronì del reo, cercando di calmare e trattenere la folla eccitata che chiedeva giustizia.

(Alcune versioni dei fatti dicono che il Giustiziere del Regno, dopo aver constatato il miracolo, lo fece processare e impiccare all’albero di tiglio lì vicino che in 24 ore si seccò. Altre che fu la gente stessa ad impiccarlo, ma che il ramo si ruppe ed il ragazzo si salvò. La versione più probabile è forse questa: la Madonna avrebbe permesso un omicidio di fronte a Lei? Nonostante l’empietà del gesto? No… la Madonna non è una dea assetata di sangue, ma una Madre Misericordiosa.…. N.d.R.)

Sparsasi intorno la fama dell’accaduto, fu un accorrere quotidiano di fedeli. Per venire incontro a questi fedeli, proteggere la sacra Immagine e celebrare la liturgia fu costruito prima un tempietto, con un altare dinanzi, poi, più tardi, una chiesetta e due stanzette, una a pianterreno ed una superiore, per ospitare un custode. L’unico custode di cui abbiamo memorie fu il tale Sebastiano da Aversa terziario domenicano, che dovette curare con solerzia e devozione la chiesetta a lui affidata, perché nel 1544 fece fondere una campana di buone dimensioni, recante la seguente iscrizione: «Io fra Sabba, Terziario dell’Ordine Domenicano, ho fatto fare questa campana di elemosine l’anno del Signore 1544».

I fedeli accorsi nei primi tempi, dopo il miracolo della guancia insanguinata, dovette essere numerosi, e molti i voti e le elemosine, perché troviamo che la chiesetta, quantunque piccolissima, fu dichiarata Rettoria e beneficio canonico, senza cura pastorale, ed i Rettori erano nominati dalla Sede Apostolica. Infatti la confraternita di S.Maria delle Grazie eretta in Sant’Anastasia nella chiesa di S.Maria la Nova era tenuta ad intervenire alle processioni delle domeniche di quaresima stabilite nella chiesa di S.Maria dell’Arco; e d’altra parte il Rettore aveva l’impegno di pagare ogni anno, nel giorno di S.Andrea apostolo, un carlino al Vescovo di Nola.

Il sogno della Madonna

A incrementare la devozione a questa Immagine del Beata Vergine Maria fu la tal Eleonora, già moglie di Marcantonio di Sarno, del Comune di Sant’Anastasia. Apparsole in sogno la stessa Madonna dell’Arco, la avvisò del pericolo che correva l’edicola di precipitare al suolo, e le comandò di provvedere. Al mattino Eleonora si recò alla chiesetta, guardò attentamente l’edicola e trovò esatto quanto in sogno Maria le aveva indicato. Piena di zelo si mise all’opera; ma, povera di mezzi, non potette fare altro che innalzare una rozza scarpata di pietra dietro il muro che minacciava di crollare.

Venuto a sapere di questa esigenza il cavaliere napoletano, Scipione De Rubeis Capece Scondito proprio perché devotissimo della Vergine dell’Arco e anche riconoscente per una grazia ricevuta, provvide a migliorare non solo la statica, ma all’ornamento e decorazione di tutto il tempietto che munì di un robusto cancello di ferro; inoltre per evitare che l’Immagine stessa non fosse guastata dall’intemperante devozione dei fedeli, ne coprì il volto con un grosso cristallo fino al busto ed il rimanente con un cancello di legno dorato.

La "particolare" testimonianza di Aurelia del Prete

Viveva, non molto lontano dalla chiesa della Madonna dell’Arco, una certa Aurelia Del Prete maritata a Marco Cennamo, conosciuta in tutta la contrada per triste fama di bruttezza fisica e morale. Un giorno costei, spaccando della legna si ferì un piede e temendo cose peggiori, fece voto alla Vergine dell’Arco che, se fosse guarita, in segno di riconoscenza, avrebbe portato alla chiesetta una coppia di piedi di cera.

Il lunedi di Pasqua di Resurrezione di quell’anno 1589 essa, cedendo alle preghiere del marito, che si recava alla chiesetta per portarvi anch’egli un voto di cera promesso per una grave malattia agli occhi da cui era guarito, si accompagnò con lui trascinandosi dietro con una corda un porcellino, per trovare occasione di venderlo alla fiera che fin da allora si teneva nei dintorni del Santuario. A causa della gran calca di popolo il porcellino le sfuggi di mano e si mise a correre spaventato tra la folla. Aurelia, bestemmiando, imprecando, si diede a corrergli dietro ed a cercarlo e cosi venne a trovarsi dinanzi alla chiesetta proprio mentre il marito, vi giungeva dall’altra parte con il suo voto. Il porcellino, per caso, era là, in mezzo a loro. A tale vista l’ira della donna giungendo al colmo esplose sbattendo a terra il voto di cera che aveva portato il marito, lo calpestò bestemmiando e maledicendo l’immagine della Vergine Maria e colui che l’aveva dipinta e chi veniva a venerarla. La cosa continuò nonostante le implorazioni del marito e di alcuni presenti.

L’anno seguente una malattia ai piedi portò la donna a restare a letto fino a quando, nonostante le cure dei medici, nella notte tra la domenica di Pasqua e il Lunedì, i piedi si staccarono dalle gambe! I parenti ed Aurelia stessa collegarono la cosa al fatto sacrilego dell’anno precedente. Pur volendo tenere nascosto il tragico evento la cosa si riseppe e siccome l’evento poteva essere di monito per tanti fedeli i piedi dell’Aurelia, dopo alcune vicissitudini, furono esposti nel Santuario.

In breve la fama di tale miracolo si sparse dappertutto; e da vicino, da lontano, da ogni parte, fu un accorrere di fedeli e di curiosi che si recavano all’Arco, per sincerarsi della cosa, o per implorar grazie dalla Vergine.

Di giorno in giorno la folla aumentò, divenne immensa, diventò preoccupante. Fu così necessario porre degli alabardieri e degli uomini armati lungo tutto il percorso per evitare inconvenienti. «Era – dice il Domenici – tale il rumore della moltitudine che pareva un mare quando sta in tempesta!». Il Vescovo di Nola, Monsignor Fabrizio Gallo, cercando di impedire una interpretazione superstiziosa del fatto, ordinò che si chiudesse la chiesetta, si sbarrasse il cancello del tempietto, per proibire ai fedeli di venerare l’Immagine. Poi volle sincerarsi personalmente dell’accaduto ed il giorno 11 maggio, venuto all’Arco, istituì un regolare processo canonico. Interrogò il marito, il medico che l’aveva curata, Francesco d’Alfano, lo speziale Alfonso de Moda, il Cav. Capecelatro ed altri; e infine la stessa Aurelia Del Prete ed avuta relazione dell’accaduto, domandò ad essa cosa ne pensasse; la donna rispose:

«Perchè l’anno passato bestemmiai la Madonna Santissima dell’Arco e questa quaresima non l’ho confessato; questa senza dubbio è la causa del castigo che ricevo allo scadere dell’anno.».

Così il Vescovo, senza attendere la conclusione del processo, ritirò il divieto che proibiva ai fedeli di venerare l’Immagine.

Le stelle attorno al volto della Vergine e altri prodigi

A molti miracoli e molte grazie è legata la devozione alla Vergine Maria dell’Arco; ne fanno fede le testificazioni di migliaia di ex-voto. Tante le testimonianze riportate dal Domenici nel suo scritto; se ne contano circa duecento con riferimenti a persone ben precise, a testimonianze e per alcune anche a veri e propri processi canonici.Oltre a queste innumerevoli grazie ricevute per intercessione della Beata Vergine Maria, la storia della devozione a questa sacra immagine è costellata anche da fenomeni straordinari testificati da testimoni autorevoli in verbali notarili.

Il miracolo della pietra spezzata. Quando fu costruito il tempietto attuale, si volle rivestire di marmi il muro dov’è dipinta l’immagine della Madonna. Con brutta sorpresa si trovò una grossa pietra vesuviana, incastrata nel muro, che con una delle sue punte arrivava sotto la figura della Madonna. Non si riusciva a toglierla con nessun mezzo, anzi c’era pericolo che da un momento all’altro tutto l’intonaco dov’era dipinta l’immagine andasse in briciole. L’architetto Bartolomeo Picchiatti, vistosi perduto, prese in mano la pietra e pregò con fede la Madonna di dargliela. Essa si spezzò: metà restò nel muro e metà cadde a terra. Questa, a ricordo, fu esposta in chiesa, ma per salvarla dai fedeli che ne prendevano delle schegge per devozione, fu collocata in alto in uno dei pilastri del santuario, dove ancora si può vedere. Era la notte del 15 febbraio 1621.

Nel pomeriggio del 7 marzo del 1638 alcune pie donne che pregavano, nell’alzare gli occhi verso la miracolosa Immagine notarono qualche cosa d’insolito. Fissando più attentamente lo sguardo videro che la guancia colpita dalla palla del sacrilego giocatore, sanguinava di nuovo. Prima timidamente, poi a gran voce gridarono al miracolo, facendo accorrere i vicini ed i frati, che, atterriti, dovettero constatare la verità di quanto le buone donne asserivano.

Il prodigio non cessò quella sera, ma fu visibile a tutti per diversi giorni, dando modo così alla notizia di diffondersi anche lontano. E da tutte le parti fu un accorrere concitato di fedeli, curiosi, ammirati ed atterriti insieme; la folla aumentò di giorno in giorno, fu tanta che le autorità stesse religiose e civili non poterono trascurare la cosa. Accorse infatti da Napoli il Viceré D.Ramiro Felipe Muñez de Guzman, duca di Medina las Torres (1637-43); e nello stesso giorno il Vescovo di Nola Monsignor Giambattista Lancellotti mandò il suo Vicario Generale D.Domenico Ignoli, perché constatasse l’accaduto. Il tutto fu testificato con un atto ufficiale da un pubblico notaio e alla presenza del Viceré, di tutti i Padri del convento, di molti Padri Minori Conventuali e di tutti i sacerdoti della Collegiata di Somma.

Tra i vari prodigi certamente quello più evangelico vissuto in modo giornaliero, è stato (ed è ancora oggi) l’assistenza spirituale e materiale ai pellegrini. In certe occasioni però quello che era una evangelica quotidianità diventava testimonianza di grande carità cristiana. Ci si riferisce qui a quei catastrofici eventi che la popolazione campana ha vissuto nei quattro secoli dell’esistenza di questo augusto Santuario mariano.

Quando vi fu l’eruzione del Vesuvio tra la fine del 1631 e l’inizio dell’anno seguente furono ospitati e curati migliaia di persone finché non terminò il pericolo. Anche in questa circostanza si racconta di un prodigio accaduto: per tutto il tempo dell’eruzione il volto della Madonna scomparve e si rese visibile solo alla fine dell’eruzione. A ricordo di tale evento fu posta, dietro l’edicola della sacra Immagine, una lapide di raro marmo nero con una scritta incisa in lettere d’oro.

Anche durante la peste del 1656, che colpì tutta la Campania, mietendo centinaia di migliaia di vittime, il Santuario di Madonna dell’Arco fu un luogo di ricovero e di cura. In questa occasione è nata la devozione di ungersi in casi di malattia con l’olio della lampada votiva che arde, giorno e notte, presso l’Immagine della Beata Vergine. Molte testimonianze attendibili ci sono rimaste a proposito della guarigione avuta dal male della peste nell’invocare con fede la Madonna. Così in altre simili occasioni il Santuario è diventato luogo di riparo e di carità evangelica nell’assistenza dei rifugiati.

Un’altro prodigio che va narrato per la sua eccezionalità e le sicure testimonianze riportateci, accadde al tramonto del 25 marzo 1675. Un religioso del convento piamente pregava dinanzi all’altare di Maria, quando, alzando gli occhi verso l’Immagine, vide sotto la lividura della guancia risplendere una luce color d’oro e tutto intorno sfavillare numerose e piccole stelle. Ritenendo che fosse un’allucinazione chiamò il sacrestano, e senza prevenirlo, l’invitò a guardare l’Immagine. L’interrogato colmo di meraviglia, confermò la visione della luce e delle stelle, e corse a chiamare il Priore, in quel tempo il P.Rossella. Questi si fece accompagnare da altri due frati all’altare della Vergine e constatò anch’egli il miracolo.

Il mattino dopo all’alba, il Vescovo di Nola, Monsignor Filippo Cesarino, avvisato dal Priore del convento, si recò a visitare la Sacra Immagine. Osservò lungamente le stelle, e commosso volle che immediatamente anche il suo Vicario osservasse ed attestasse quel prodigio. Ordinò ai Padri di divulgare la notizia e di non porre ostacoli alla gioia ed al fervore dei fedeli, ed appena ritornato a Nola, comandò che per tutta la Diocesi s’istituissero pubbliche processioni di ringraziamento. Il Vicerè del tempo, Antonio Alvarez Marchese D’Astorga, (1672-75), accorse anche lui al Santuario, e confermando l’ordine del Vescovo di Nola, comandò che per mano di un pubblico notaio venisse redatto un documento riguardante l’accaduto, da inviare poi al Re di Spagna, assieme a una riproduzione dipinta del miracolo stesso. Dopo il Viceré vennero e constatarono il prodigio il Cardinale Orsini (più tardi papa Benedetto XIII), l’Inquisitore di Napoli e i Consultori del Sant’Uffizio Vaticano.

Il 26 aprile, quindi circa un mese dopo (il che significa che tale prodigio durò molto tempo), il notaio Carlo Scalpato da Nola redasse l’atto ufficiale in presenza e con la testimonianza di moltissime persone autorevoli, religiose e civili, tra le quali troviamo il Nunzio della S.Sede presso il Regno di Napoli S. Ecc. Marco Vicentino, Vescovo di Foligno; il Vescovo di Nola Filippo Cesarino; il Vicario Generale della Diocesi, Giovanbattista Fallecchia; il Duca D. Fabrizio Capece Piscicelli del Sedil Capuano e suo fratello Girolamo; Don Nicola Capecelatro; il residente del Duca di Toscana presso la Corte di Napoli, D. Santolo di Maria, ed il giudice del luogo dott. Onofrio Portelli. 

Visita del Papa Pio IX

Pio IX, in seguito alle vicende politiche che lo costrinsero ad abbandonare la sua Sede vaticana, fu ospite del Re di Napoli, Ferdinando II. Stando a Napoli il Papa udì del Santuario e della portentosa Immagine della Madonna dell’Arco. Così volle recarsi a venerare in forma solenne questa Immagine tanto cara al popolo napoletano.

Il 15 dicembre 1849 infatti, a mezzogiorno, il corteo pontificio giunse al Santuario. Accompagnavano Pio IX alcuni Cardinali, ed il Cav. D. Alfonso d’Avalos Marchese di Pescara e Vasto, in rappresentanza dell’autorità civile. Il Sig. De Ionez, Maggiore degli Svizzeri, faceva da cerimoniere. Alla porta del Santuario erano a ricevere Sua Santità, il Maestro Generale dei Domenicani P. Vincenzo Aiello, venuto per l’occasione da Roma, il Provinciale P. Girolamo Gigli, il Priore del convento P. Gian Paolo Brighenti, il Vescovo di Nola Mons. Gennaro Pasca, la Collegiata di S. Anastasia, tutti i frati del convento e una moltitudine di popolo. Appena giunto, il Pontefice, accortosi che le guardie d’onore avevano proibito ai fedeli d’entrare nel tempio, diede ordine che al popolo non fosse vietato l’ingresso, dicendo:

«Innanzi alla Madonna il Papa non entra senza il suo popolo.».

Poi giunto dinanzi all’Immagine, s’inginocchiò e poste le guance fra le palme, pianse, rimanendo così in preghiera per molto tempo.

Il Nunzio a Napoli Mons. Naselli impartì la benedizione eucaristica. Terminata la celebrazione Pio IX entrò in sacrestia, dove ammise al "bacio apostolico" tutti i presenti. Poi, dopo aver visitato il convento ed il vicino Ospizio dei Poveri, fece ritorno a Napoli. 

La solenne Incoronazione

Una delle date che vanno ricordate per la storia del Santuario è quella della solenne Incoronazione dell’Immagine della Madonna dell’Arco, in quanto questa ha dato inizio alla solenne celebrazione che si svolge ogni anno, la seconda domenica di settembre.

Monsignor Tommaso Passero, dell’Ordine dei Predicatori, devotissimo della Vergine, Vescovo di Troia, chiese al Papa di poter incoronare solennemente la sacra Immagine. Il 22 agosto 1873 ottenne tale permesso. Egli stesso offri le due corone di oro, ed affidò il compito di organizzare il solenne rito a S. Ecc. Mons. Tommaso Michele Salzano, Arcivescovo di Edessa, anch’egli dell’Ordine Domenicano.

Le apparizioni de Le Tre Fontane (1947)

4 febbraio 2009
Bruno Cornacchiola nasce a Roma il 9 maggio 1913. La sua famiglia, povera materialmente, è addirittura squallida nei valori spirituali. Sua madre, assillata dal lavoro fuori casa, non può dedicarsi alla loro educazione. Suo padre, quasi sempre ubriaco, lo picchia spesso, tanto che ad un certo momento decide di non rincasare più la sera e passa la notte in qualche grotta della periferia di Roma o nei locali presso la Scala Santa.
Bruno racconta di sé:

"Viaggiavo in ferrovia e non pagavo il biglietto perché mi nascondevo sotto i sedili delle carrozze quando passava il bigliettaio e se si presentava l’occasione rubavo, preoccupato soltanto di non farmi prendere dai carabinieri. ..".

A 23 anni si sposa con Iolanda Lo Gatto. Non vuole però ricevere il Sacramento del Matrimonio e solo per accontentare la futura moglie accondiscende a celebrarlo in sacrestia.

Durante la guerra civile in Spagna parte come volontario, attratto dal miraggio della buona remunerazione, e vi rimane tre anni. Fa amicizia con un soldato tedesco, protestante, che gli instilla l’odio per la Chiesa e il Papa. Finita la guerra di Spagna, prima di ritornare in patria entra in un’armeria a Toledo e compra un pugnale, sul cui manico scrive: "A morte il Papa".
Arrivato in patria, è preoccupato nella ricerca di un lavoro e per il problema religioso che lo sconvolge. In quei giorni stende il suo piano:

"Per salvare l’umanità dovrò uccidere i preti in qualunque luogo, cercherò in tutti i modi di distruggere la Chiesa cattolica e sarà mio dovere pugnalare il Papa".

Vuole convincere la moglie ad abbandonare la sua fede cattolica e spesso la picchia. Un giorno la moglie, esasperata, fa con lui uno strano patto: "Bruno, tu vuoi che io entri con te a far parte della Chiesa protestante. .. Accetto, ma ad una condizione: ti devi confessare e ricevere la comunione nei primi nove venerdì del mese. Se alla fine di questa pia pratica vorrai ancora cambiare religione ti seguirò anch’io, se no continueremo insieme nella fede del nostro battesimo".

L’uomo acconsente e riceve per nove volte, ogni primo venerdì del mese, l’Eucaristia, ma non muta parere; così, fallita la prova, la moglie passa con lui al protestantesimo.

Ma Cristo lo attende al varco.

L’APPARIZIONE

Il 12 aprile 1947, sabato, decide di andare con i suoi figlioli al lido di Ostia, ma giunto alla stazione ostiense, il treno era già partito. Allora si dirige verso la località "Tre Fontane", nello spiazzo antistante l’abbazia dei Trappisti. Si rivolge ai bambini:

- "Gianfranco, Carlo, Isola, voi potete giocare a palla, ma non allontanatevi troppo".

Essi partono immediatamente, sparendo e apparendo tra le piante con grida festose, mentre Bruno si siede su un muretto, ai margini del boschetto di eucalipti, per preparare uno scritto contro la Vergine Maria. Si è portato una Bibbia e dei fogli e subito getta su un foglio le prime battute: "La Madonna non è Vergine, non è Immacolata, non è Assunta in cielo…".

Frattanto i bambini lo chiamano:

- "Papà, abbiamo perduto la palla, vieni a cercarla con noi!" .

Egli si alza e incontrato Carlo, il più grandicello, si dispone con lui a ispezionare il terreno. Isola si sposta e raccoglie fiori. Gianfranco siede in disparte per sfogliare un giornalino. Cornacchiola racconta:

"Carlo ed io scendemmo nella scarpata verso via Laurentina per trovare la palla, ma non la vedemmo. Desiderando assicurarmi che il più piccolo non si fosse allontanato dal luogo assegnatogli, lo chiamavo per nome ed egli mi rispondeva. Ad un certo momento, però, non lo sentii più e pur avendo alzato la voce, non ebbi nessuna risposta. Preoccupato risalii, mi portai verso i cespugli vicino alla grotta dove l’avevo lasciato, ma non lo vidi. Perciò gridai ancora più forte:

- "Gianfranco, dove sei?" - Invano.

Sempre più preoccupato lo cercavo affannosamente tra i cespugli e le rocce e finalmente trovai il bambino inginocchiato all’ingresso di una grotta, a sinistra di chi la guarda. Teneva le mani giunte come se pregasse e guardava all’interno con viva attenzione, sorridendo e bisbigliando qualcosa. Mi avvicinai di più e udii distintamente tali parole:

- "Bella Signora!… Bella Signora!…" .

- "Che dici, Gianfranco, – chiesi – che cosa fai?" .

Credevo fosse un gioco di bambini, poiché nessuno in casa aveva insegnato a lui, non ancora battezzato, quell’atteggiamento di preghiera.

Allora chiamai:

- "Isola, vieni giù, spiegami tu qualcosa!" .

Mi obbedì e…

- "Cosa c’è là dentro? - domandai – Vedi niente tu?"

- "No papà" – risponde, e nello stesso tempo anch’essa cadde in ginocchio a destra del fratellino. I fiori le uscirono dalle mani, mentre lo sguardo era fisso all’interno della grotta. Anche lei sottovoce bisbigliava:

- "Bella Signora!… Bella Signora!…" .

Io, stizzito più che mai, mi chiedevo la motivazione del curioso modo di fare dei figli che, in ginocchio, guardavano incantati verso l’interno della grotta, ripetendo le stesse parole. Pensai di chiamare Carlo che stava ancora cercando la palla e…

- "Vieni anche tu qui – pregai – e spiegami che fanno i tuoi fratelli in quella curiosa posizione… Forse l’avete preparato voi questo gioco?" .

- "Ma cosa dici – egli osservò – di quale gioco parli?… Non lo conosco e non lo so fare!" .

Appena pronunciate simili parole anche lui cadde in ginocchio a destra di Isola, con le mani giunte e gli occhi fissi ad un punto che lo affascinava entro la grotta, ripetendo le stesse parole:

- "Bella Signora!…".

- "È troppo! - gridai – Anche tu mi prendi in giro!".

Non ne potevo più e con i nervi a pezzi:

- "Carlo, – imposi – via di qui".

E, poiché non si muoveva, cercai di alzarlo, ma non ci riuscii. Sembrava di piombo. Allora ebbi paura. Mi avvicinai trepidante alla bambina e:

- "Isola – la invitai – alzati e non fare come Carlo!".

Quella non rispose. Tentai di smuoverla ma non ci riuscii. Invaso dal terrore, nell’osservare le pupille dilatate dei figli estatici e il pallore dei loro volti, abbracciai il più piccolo e:

- "Su alzati. – dissi – È possibile che le mie braccia siano state private di tanta energia?".

A questo punto:

- "Ma che cosa succede qui? – esclamai – Ci sono forse delle streghe nella grotta oppure qualche diavolo?…".

Poi, istintivamente:

- "Chiunque tu sia, fossi anche un prete, vieni fuori!".

Entrai nell’antro, deciso di prendere a pugni lo strano essere, ma la grotta era vuota".

Cornacchiola esce allora in preda alla disperazione e, piangendo convulsamente, alza le braccia e gli occhi al cielo e grida:

- "Dio, salvaci tu!”.

"Quand’ecco – egli dice – emessa l’invocazione, vidi improvvisamente due candidissime mani che si muovevano verso di me e sentii che mi sfioravano la faccia. Ebbi la sensazione che mi si strappasse qualcosa dagli occhi. In quell’istante provai un certo dolore e rimasi nell’oscurità più profonda…

A questo punto io non vedevo più né la cavità né ciò che vi stava dentro, ma fui invaso da un’insolita gioia".

In quell’istante è rapito dalla visione di una giovanile figura di donna, avvolta nello splendore di una luce d’oro, ferma e dolcemente statica. Bruno la fissa con trasporto, vinto dal fascino di tanta bellezza, attratto da quella luce che, pur intensissima, non offende la vista ma lo inonda di soavità sovrumana. La donna veste una tunica bianca e luminosa, stretta ai fianchi da una fascia rosa. Ha capelli neri, un tantino sporgenti dal velo verde-prato che la copre dalle spalle ai piedi. Da sotto la vesta escono i piedi nudi e verginali, fermi sopra un masso di tufo anch’esso circondato di luce. Nella mano destra regge, appoggiandolo al petto, un libro di colore grigio, su cui tiene pure l’altra mano. Soprattutto è affascinato dal volto di quella creatura, un volto in cui si fondono il candore innocente della puerizia, la vaghezza e la grazia della verginità, la gravità maestosa della sublime maternità. Continua il veggente:

"Vidi che la bella Signora lentamente muoveva la mano sinistra ed indicava qualcosa ai suoi piedi. Guardai e vidi a terra un drappo nero sostenente una croce spezzata".

Cornacchiola pensa che quel drappo nero, simile a una veste stracciata, e la croce spezzata, volessero alludere all’abito talare, con ogni altro segno di distinzione, da molti religiosi e sacerdoti ormai messo da parte.

"Il mio primo impulso fu quello di lanciare un grido, ma la voce mi moriva in gola".

L’Apparizione, quasi offrendo il libro che teneva in mano, con tono ineffabilmente dolce disse:

- "Sono Colei che sono nella Trinità Divina".

- "Sono la VERGINE DELLA RIVELAZIONE”.

- "Tu mi perseguiti, ora basta! Entra nell’ovile santo, corte celeste in terra. Il giuramento di Dio è e rimane immutabile: i nove venerdì del Sacro Cuore, che tu facesti, amorevolmente spinto dalla tua fedele sposa prima di iniziare la via dell’errore, ti hanno salvato!".

Intanto un profumo misterioso e indefinibile inonda l’ambiente e sembra coprire la sporcizia del suolo, triste strascico di squallidi incontri.

Dopo essersi così presentata, la celestiale Signora tiene una prolungata allocuzione al figlio che sta per ritornare a Dio, parte della quale è rivolta a lui stesso e a tutti i fedeli, l’altra invece contiene un messaggio segreto per il Santo Padre. Poi continua:

- "Desidero darti una sicura prova della divina realtà che stai vivendo, perché tu possa escludere ogni altra motivazione del tuo incontro, compresa quella del nemico infernale. E questo è il segno: Quando incontrerai un sacerdote nella chiesa o per via, avvicinalo e rivolgigli questa espressione: "Padre, le devo parlare!". Se costui ti risponderà: "Ave Maria, figliolo, cosa vuoi?" pregalo di fermarsi perché è quello da me scelto. A lui manifesterai ciò che il cuore ti dirà e obbediscilo, ti indicherà infatti un altro sacerdote con queste parole: "Quello fa per il tuo caso".

- "Ti recherai poi dal Santo Padre, il supremo pastore della cristianità e gli consegnerai personalmente il mio messaggio. Ti condurrà dal Papa qualcuno che io ti indicherò".

- "Alcuni a cui tu narrerai questa visione non ti crederanno, ma non lasciarti deprimere…".

Poi, con atteggiamento di materna benignità e serena mestizia, l’incantevole Signora gira su se stessa e si allontana.


Nel messaggio, la Madonna chiede con insistenza a tutti la preghiera ed invita alla recita del Rosario:

- "Si preghi assai e si reciti il Rosario quotidiano per la conversione dei peccatori, degli increduli e per l’unità dei cristiani. Le Ave Maria che voi dite con fede e amore, sono tante frecce d’oro che raggiungono il Cuore di Gesù".

Ed ecco, quasi a premio di coloro che ascolteranno il suo materno messaggio, la Vergine promette celesti favori:

- "Con questa terra di peccato opererò potenti miracoli per la conversione degli increduli".

Nella sua bontà Ella vuole anche svelare il Figlio nei misteri della sua vita intima, legata alla Augusta Trinità:

- "Il mio corpo non poteva marcire e non marcì. Mio Figlio e gli angeli mi vennero a prendere al momento del mio trapasso".


Il 9 dicembre 1949 il Santo Padre Pio XII invitò i tranvieri di Roma, accompagnati da padre Rotondi, a recitare con lui il Rosario nella sua cappella privata. Lasciamone la descrizione a Cornacchiola:

"Tra i lavoratori c’ero anch’io; portavo con me il pugnale e la Bibbia sulla quale stava scritto: "Questa è la morte della Chiesa Cattolica, col Papa in testa". Volevo consegnare al Santo Padre il pugnale e la Bibbia. Finito il Rosario il Papa disse:

- "Qualcuno di voi mi vuol parlare?".

Io mi inginocchiai e dissi:

- "Santità, sono io!".

Gli altri lavoratori fecero largo per il passaggio del Papa; egli si chinò verso di me, mi pose la mano sulla spalla, avvicinò il suo volto al mio e chiese:

- "Cosa c’è, figlio mio?".

- "Santità, qui c’è la Bibbia protestante che interpretavo erroneamente e con la quale ho ucciso molte anime".

Piangendo consegnai anche il pugnale sul quale stava scritto "Morte al Papa" e sussurrai:

- "Chiedo perdono di aver osato solo pensare a tanto. Avevo progettato di ucciderla con questo pugnale!".

Il Santo Padre prese quegli oggetti, mi guardò, sorrise e osservò:

- "Caro figlio, con ciò non avresti fatto altro che dare un nuovo martire alla Chiesa, ma a Cristo una vittoria dell’amore.."


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