MESSAGGIO 25 APRILE 2009

Cari figli, oggi vi invito tutti a pregare per la pace e a testimoniarla nelle vostre famiglie affinché la pace diventi il più grande tesoro su questa terra senza pace. Io sono la vostra Regina della Pace e la vostra madre. Desidero guidarvi sulla via della pace che viene solo da Dio. Per questo pregate, pregate, pregate. Grazie per aver risposto alla mia chiamata.

TI AMO GESU’…

   
Un bravo Sacerdote che conosco, oggi mi ha raccontato una storia…  Un pittore una volta fece un quadro disegno’ una porta…una Grande porta…che pero’…aveva una particolarita’…la sua maniglia era all’interno del quadro… e per aprirla…solo il padrone della casa poteva farlo…cosi’ è Gesu’in noi….Gesu’ bussa bussa…e aspetta che noi apriamo….perche’ Dio ci ha dato la liberta’ di scegliere…e quante volte lui bussa alla porta del nostro cuore…ma noi non apriamo ,rimaniamo chiusi nella porta del nostro egoismo e dai nostri peccati…la porta a lui la possiamo aprire SOLO NOI… DAL NOSTRO CUORE…lui ci aspetta sempre…ma dobbiamo volerlo….davvero…girare quella maniglia e accogliere l’abbraccio di GESU’ CHE DESIDERA SOLO IL NOSTRO AMORE….IO
TI AMO GESU’….GRAZIE…E ADESSO CHE SEI NEL MIO CUORE…NON ANDARE PIU’ VIA…TI DONO LA CHIAVE…MARIA

Le apparizioni de Le Tre Fontane (1947) ROMA

IL VEGGENTE

Bruno Cornacchiola nasce a Roma il 9 maggio 1913. La sua famiglia, povera materialmente, è addirittura squallida nei valori spirituali. Sua madre, assillata dal lavoro fuori casa, non può dedicarsi alla loro educazione. Suo padre, quasi sempre ubriaco, lo picchia spesso, tanto che ad un certo momento decide di non rincasare più la sera e passa la notte in qualche grotta della periferia di Roma o nei locali presso la Scala Santa.
Bruno racconta di sé:

“Viaggiavo in ferrovia e non pagavo il biglietto perché mi nascondevo sotto i sedili delle carrozze quando passava il bigliettaio e se si presentava l’occasione rubavo, preoccupato soltanto di non farmi prendere dai carabinieri. ..”.

A 23 anni si sposa con Iolanda Lo Gatto. Non vuole però ricevere il Sacramento del Matrimonio e solo per accontentare la futura moglie accondiscende a celebrarlo in sacrestia.

Durante la guerra civile in Spagna parte come volontario, attratto dal miraggio della buona remunerazione, e vi rimane tre anni. Fa amicizia con un soldato tedesco, protestante, che gli instilla l’odio per la Chiesa e il Papa. Finita la guerra di Spagna, prima di ritornare in patria entra in un’armeria a Toledo e compra un pugnale, sul cui manico scrive: “A morte il Papa”.
Arrivato in patria, è preoccupato nella ricerca di un lavoro e per il problema religioso che lo sconvolge. In quei giorni stende il suo piano:

“Per salvare l’umanità dovrò uccidere i preti in qualunque luogo, cercherò in tutti i modi di distruggere la Chiesa cattolica e sarà mio dovere pugnalare il Papa”.

Vuole convincere la moglie ad abbandonare la sua fede cattolica e spesso la picchia. Un giorno la moglie, esasperata, fa con lui uno strano patto: “Bruno, tu vuoi che io entri con te a far parte della Chiesa protestante. .. Accetto, ma ad una condizione: ti devi confessare e ricevere la comunione nei primi nove venerdì del mese. Se alla fine di questa pia pratica vorrai ancora cambiare religione ti seguirò anch’io, se no continueremo insieme nella fede del nostro battesimo”.

L’uomo acconsente e riceve per nove volte, ogni primo venerdì del mese, l’Eucaristia, ma non muta parere; così, fallita la prova, la moglie passa con lui al protestantesimo.

Ma Cristo lo attende al varco.

L’APPARIZIONE

Il 12 aprile 1947, sabato, decide di andare con i suoi figlioli al lido di Ostia, ma giunto alla stazione ostiense, il treno era già partito. Allora si dirige verso la località “Tre Fontane”, nello spiazzo antistante l’abbazia dei Trappisti. Si rivolge ai bambini:

“Gianfranco, Carlo, Isola, voi potete giocare a palla, ma non allontanatevi troppo”.

Essi partono immediatamente, sparendo e apparendo tra le piante con grida festose, mentre Bruno si siede su un muretto, ai margini del boschetto di eucalipti, per preparare uno scritto contro la Vergine Maria. Si è portato una Bibbia e dei fogli e subito getta su un foglio le prime battute: “La Madonna non è Vergine, non è Immacolata, non è Assunta in cielo…”.

Frattanto i bambini lo chiamano:

“Papà, abbiamo perduto la palla, vieni a cercarla con noi!” .

Egli si alza e incontrato Carlo, il più grandicello, si dispone con lui a ispezionare il terreno. Isola si sposta e raccoglie fiori. Gianfranco siede in disparte per sfogliare un giornalino. Cornacchiola racconta:

“Carlo ed io scendemmo nella scarpata verso via Laurentina per trovare la palla, ma non la vedemmo. Desiderando assicurarmi che il più piccolo non si fosse allontanato dal luogo assegnatogli, lo chiamavo per nome ed egli mi rispondeva. Ad un certo momento, però, non lo sentii più e pur avendo alzato la voce, non ebbi nessuna risposta. Preoccupato risalii, mi portai verso i cespugli vicino alla grotta dove l’avevo lasciato, ma non lo vidi. Perciò gridai ancora più forte:

“Gianfranco, dove sei?” – Invano.

Sempre più preoccupato lo cercavo affannosamente tra i cespugli e le rocce e finalmente trovai il bambino inginocchiato all’ingresso di una grotta, a sinistra di chi la guarda. Teneva le mani giunte come se pregasse e guardava all’interno con viva attenzione, sorridendo e bisbigliando qualcosa. Mi avvicinai di più e udii distintamente tali parole:

“Bella Signora!… Bella Signora!…” .

“Che dici, Gianfranco, – chiesi – che cosa fai?” .

Credevo fosse un gioco di bambini, poiché nessuno in casa aveva insegnato a lui, non ancora battezzato, quell’atteggiamento di preghiera.

Allora chiamai:

“Isola, vieni giù, spiegami tu qualcosa!” .

Mi obbedì e…

“Cosa c’è là dentro? – domandai – Vedi niente tu?”

“No papà” – risponde, e nello stesso tempo anch’essa cadde in ginocchio a destra del fratellino. I fiori le uscirono dalle mani, mentre lo sguardo era fisso all’interno della grotta. Anche lei sottovoce bisbigliava:

“Bella Signora!… Bella Signora!…” .

Io, stizzito più che mai, mi chiedevo la motivazione del curioso modo di fare dei figli che, in ginocchio, guardavano incantati verso l’interno della grotta, ripetendo le stesse parole. Pensai di chiamare Carlo che stava ancora cercando la palla e…

“Vieni anche tu qui – pregai – e spiegami che fanno i tuoi fratelli in quella curiosa posizione… Forse l’avete preparato voi questo gioco?” .

“Ma cosa dici – egli osservò – di quale gioco parli?… Non lo conosco e non lo so fare!” .

Appena pronunciate simili parole anche lui cadde in ginocchio a destra di Isola, con le mani giunte e gli occhi fissi ad un punto che lo affascinava entro la grotta, ripetendo le stesse parole:

“Bella Signora!…”.

“È troppo! – gridai – Anche tu mi prendi in giro!”.

Non ne potevo più e con i nervi a pezzi:

“Carlo, – imposi – via di qui”.

E, poiché non si muoveva, cercai di alzarlo, ma non ci riuscii. Sembrava di piombo. Allora ebbi paura. Mi avvicinai trepidante alla bambina e:

“Isola – la invitai – alzati e non fare come Carlo!”.

Quella non rispose. Tentai di smuoverla ma non ci riuscii. Invaso dal terrore, nell’osservare le pupille dilatate dei figli estatici e il pallore dei loro volti, abbracciai il più piccolo e:

“Su alzati. – dissi – È possibile che le mie braccia siano state private di tanta energia?”.

A questo punto:

“Ma che cosa succede qui? – esclamai – Ci sono forse delle streghe nella grotta oppure qualche diavolo?…”.

Poi, istintivamente:

“Chiunque tu sia, fossi anche un prete, vieni fuori!”.

Entrai nell’antro, deciso di prendere a pugni lo strano essere, ma la grotta era vuota”.

 

Cornacchiola esce allora in preda alla disperazione e, piangendo convulsamente, alza le braccia e gli occhi al cielo e grida:

“Dio, salvaci tu!”.

“Quand’ecco – egli dice – emessa l’invocazione, vidi improvvisamente due candidissime mani che si muovevano verso di me e sentii che mi sfioravano la faccia. Ebbi la sensazione che mi si strappasse qualcosa dagli occhi. In quell’istante provai un certo dolore e rimasi nell’oscurità più profonda…

A questo punto io non vedevo più né la cavità né ciò che vi stava dentro, ma fui invaso da un’insolita gioia”.

In quell’istante è rapito dalla visione di una giovanile figura di donna, avvolta nello splendore di una luce d’oro, ferma e dolcemente statica. Bruno la fissa con trasporto, vinto dal fascino di tanta bellezza, attratto da quella luce che, pur intensissima, non offende la vista ma lo inonda di soavità sovrumana. La donna veste una tunica bianca e luminosa, stretta ai fianchi da una fascia rosa. Ha capelli neri, un tantino sporgenti dal velo verde-prato che la copre dalle spalle ai piedi. Da sotto la vesta escono i piedi nudi e verginali, fermi sopra un masso di tufo anch’esso circondato di luce. Nella mano destra regge, appoggiandolo al petto, un libro di colore grigio, su cui tiene pure l’altra mano. Soprattutto è affascinato dal volto di quella creatura, un volto in cui si fondono il candore innocente della puerizia, la vaghezza e la grazia della verginità, la gravità maestosa della sublime maternità. Continua il veggente:

“Vidi che la bella Signora lentamente muoveva la mano sinistra ed indicava qualcosa ai suoi piedi. Guardai e vidi a terra un drappo nero sostenente una croce spezzata”.

Cornacchiola pensa che quel drappo nero, simile a una veste stracciata, e la croce spezzata, volessero alludere all’abito talare, con ogni altro segno di distinzione, da molti religiosi e sacerdoti ormai messo da parte.

“Il mio primo impulso fu quello di lanciare un grido, ma la voce mi moriva in gola”.

 

L’Apparizione, quasi offrendo il libro che teneva in mano, con tono ineffabilmente dolce disse:

“Sono Colei che sono nella Trinità Divina”.

“Sono la VERGINE DELLA RIVELAZIONE”.

“Tu mi perseguiti, ora basta! Entra nell’ovile santo, corte celeste in terra. Il giuramento di Dio è e rimane immutabile: i nove venerdì del Sacro Cuore, che tu facesti, amorevolmente spinto dalla tua fedele sposa prima di iniziare la via dell’errore, ti hanno salvato!”.

Intanto un profumo misterioso e indefinibile inonda l’ambiente e sembra coprire la sporcizia del suolo, triste strascico di squallidi incontri.

Dopo essersi così presentata, la celestiale Signora tiene una prolungata allocuzione al figlio che sta per ritornare a Dio, parte della quale è rivolta a lui stesso e a tutti i fedeli, l’altra invece contiene un messaggio segreto per il Santo Padre. Poi continua:

“Desidero darti una sicura prova della divina realtà che stai vivendo, perché tu possa escludere ogni altra motivazione del tuo incontro, compresa quella del nemico infernale. E questo è il segno: Quando incontrerai un sacerdote nella chiesa o per via, avvicinalo e rivolgigli questa espressione: “Padre, le devo parlare!”. Se costui ti risponderà: “Ave Maria, figliolo, cosa vuoi?” pregalo di fermarsi perché è quello da me scelto. A lui manifesterai ciò che il cuore ti dirà e obbediscilo, ti indicherà infatti un altro sacerdote con queste parole: “Quello fa per il tuo caso”.

“Ti recherai poi dal Santo Padre, il supremo pastore della cristianità e gli consegnerai personalmente il mio messaggio. Ti condurrà dal Papa qualcuno che io ti indicherò”.

“Alcuni a cui tu narrerai questa visione non ti crederanno, ma non lasciarti deprimere…”.

Poi, con atteggiamento di materna benignità e serena mestizia, l’incantevole Signora gira su se stessa e si allontana.


Nel messaggio, la Madonna chiede con insistenza a tutti la preghiera ed invita alla recita del Rosario:

“Si preghi assai e si reciti il Rosario quotidiano per la conversione dei peccatori, degli increduli e per l’unità dei cristiani. Le Ave Maria che voi dite con fede e amore, sono tante frecce d’oro che raggiungono il Cuore di Gesù”.

Ed ecco, quasi a premio di coloro che ascolteranno il suo materno messaggio, la Vergine promette celesti favori:

“Con questa terra di peccato opererò potenti miracoli per la conversione degli increduli”.

Nella sua bontà Ella vuole anche svelare il Figlio nei misteri della sua vita intima, legata alla Augusta Trinità:

“Il mio corpo non poteva marcire e non marcì. Mio Figlio e gli angeli mi vennero a prendere al momento del mio trapasso”.


Il 9 dicembre 1949 il Santo Padre Pio XII invitò i tranvieri di Roma, accompagnati da padre Rotondi, a recitare con lui il Rosario nella sua cappella privata. Lasciamone la descrizione a Cornacchiola:

“Tra i lavoratori c’ero anch’io; portavo con me il pugnale e la Bibbia sulla quale stava scritto: “Questa è la morte della Chiesa Cattolica, col Papa in testa”. Volevo consegnare al Santo Padre il pugnale e la Bibbia. Finito il Rosario il Papa disse:

“Qualcuno di voi mi vuol parlare?”.

Io mi inginocchiai e dissi:

“Santità, sono io!”.

Gli altri lavoratori fecero largo per il passaggio del Papa; egli si chinò verso di me, mi pose la mano sulla spalla, avvicinò il suo volto al mio e chiese:

“Cosa c’è, figlio mio?”.

“Santità, qui c’è la Bibbia protestante che interpretavo erroneamente e con la quale ho ucciso molte anime”.

Piangendo consegnai anche il pugnale sul quale stava scritto “Morte al Papa” e sussurrai:

– “Chiedo perdono di aver osato solo pensare a tanto. Avevo progettato di ucciderla con questo pugnale!”.

Il Santo Padre prese quegli oggetti, mi guardò, sorrise e osservò:

“Caro figlio, con ciò non avresti fatto altro che dare un nuovo martire alla Chiesa, ma a Cristo una vittoria dell’amore..”

 

DOMENICA 19 APRILE….FESTA DELLA DIVINA MISERICORDIA

O Sangue e Acqua ,che scaturisti dal Cuore di Gesù come sorgente di misericordia per noi,confido in Te.- "In quel giorno, chi si accosterà alla sorgente della vita questi conseguirà la remissione totale delle colpe e delle pene" (Q. I, p. 132) – ha detto Gesù. Una particolare grazia è legata alla Comunione ricevuta quel giorno in modo degno: "la remissione totale delle colpe e castighi". Gesù non ha limitato la sua generosità solo a questa, anche se eccezionale, grazia. Infatti ha detto che "riverserà tutto un mare di grazie sulle anime che si avvicinano alla sorgente della Mia misericordia", poiché‚ "in quel giorno sono aperti tutti i canali attraverso i quali scorrono le grazie divine. Nessuna anima abbia paura di accostarsi a Me anche se i suoi peccati fossero come lo scarlatto"
> DOMENICA 19 APRILE,BISOGNA ASCOLTARE LA SANTA MESSA,PRENDERE LA COMUNIONE,CONFESSATI,IN GRAZIA E IN PACE CON TUTTI….E DOPO LA MESSA DIREUN PATER,UN AVE,UN GLORIA, POI UN PATER E UN CREDO…PREGARE PER LE INTENZIONI DEL SANTO PADRE…E FARE UN GESTO DI CARITA’ PER UN POVERO O UN OFFERTA IN CHIESA….BUONA DOMENICA DELLA DIVINA MISERICORDIA A TUTTI!!!MARIA

 

AIUTARE UN PADRE…E SUO FIGLIO….

QUESTO LIBRO SCRITTO DA UMBERTO TORINO,PADRE DI UN RAGAZZO CON HANDICAP,è UNA RICHIESTA DI AIUTO CHE BUSSA ALLE PORTE DEI CUORI APERTI….QUESTO LIBRO MERAVIGLIOSO NASCE DALLA FORZA DI UN PADRE CHE RIESCE A TROVARE NELLA FEDE IL CORAGGIO DI SOPPORTARE LE ANGOSCIE DELLA VITA….UNA VITA DIFFICILE…PIENA DI SACRIFICI E MOLTE UMILIAZIONI…IO HO CONOSCIUTO QUESTO PADRE,UNA PERSONA ECCEZIONALE,CHE NELLO SCRIVERE QUESTO LIBRO…HA TROVATO LA FORZA DI ANDARE AVANTI…AIUTIAMOLO….IL LIBRO COSTA 13 EURO…IL RICAVATO SARA’ USATO PER VITTORIO PER LA COSTRUZIONE DI UN AEREA GIOCO ADATTA A LUI…NON TIRIAMOCI INDIETRO AD OGNI RICHIESTA DI AIUTO DI UN NOSTRO FRATELLO…MI AUGURO CHE SARETE IN TANTI AD ADERIRE…PER AVERE IL LIBRO CONTATTATEMI… MARY4878@LIBERO.IT                             MARIA DEL GAUDIO

IO AMO MOLTISSIMO MEDJUGORJE E NON POTEVO CHE CHIUDERE CON LE PAROLE DELLA MADONNA,LASCIATE A NOI IL 2 LUGLIO 2008,QUANDO IO ERO LI’ PRESENTE ,E CERCO DI FAR MIO QUESTO MESSAGGIO…

“Cari figli, con amore materno vi voglio stimolare all’amore verso il prossimo. Che mio Figlio sia la fonte di questo amore. Lui che poteva fare tutto con la forza ha scelto l’amore dando l’esempio a voi. Anche oggi Dio attraverso me vi trasmette l’immensa bontà e voi, figli miei, avete il dovere di rispondere ad essa. Con la stessa bontà e generosità comportatevi con le anime che incontrate. Che il vostro amore le converta. In questo modo mio Figlio e il suo amore risorgeranno in voi. Vi ringrazio!”

 

LA MADONNA DELL’ARCO(NA)

LA STORIA: Il luogo e l’immagine

La pia usanza di erigere edicole sacre lungo le vie, sui muri delle case, sull’ingresso dei poderi è antichissima. Un uso che segnava oltre la devozione punti di riferimenti nel territorio. Tante sono le testimonianze rimaste quasi intatte da molti secoli.

Così nel quattrocento sorgeva un’edicola dedicata alla Madonna sul margine della via che collegava a Napoli i vari comuni vesuviani, nel lato del Monte Somma. Tale edicola era a pochi chilometri dalla Capitale del meridione d’Italia, in territorio del comune di Sant’Anastasia nella contrada che si chiamava “Arco” per la presenza di arcate di un antico acquedotto romano. Il Domenici parla di un arco «grande, antico di fabbrica che li faceva (all’immagine) ghirllanda e corona e la difendeva dalle piogge, grandine e tempeste… e che era rifugio degli uomini e degli animali». Perciò l’immagine era detta “Madonna dell’Arco” .

L’edicola, come ci testimonia fr. Ludovico Ayrola, in uno scritto della fine del seicento, era formata da «una piccola, povera ed antica conicella di fabbrica, in cui con semplici colori effigiata si vedeva la gloriosissima Vergine Maria con faccia grande e sovramodo venerabile». Il Domenici, nel suo Compendio, così descrive il dipinto dell’edicola, che egli vide la prima volta nel 1594:

«Questa divotissima Immagine della Madre di Dio sta dipinta in muro, che con la man sinistra teneramente abbraccia il suo Sacratissimo Figliolo, il quale con la mano destra stringe un pomo: la cui dolcissima Madre mostra l’età di una dolcissima fanciulla di diciott’anni circa, ed è agli occhi di tutti devota, graziosa e bella, tirando più presto al chiaro e bianco che al nero e oscuro… Par che stia a sedere sopra una sedia, secondo alcuni, ma secondo altri pittori siede sopra una meravigliosa nube… Né è da passare con silenzio la proprietà singolare di questa Sacratissima Immagine, avendo un’attrattiva mirabile di modo che rapisce i cuori delle persone che la risguardano, anzi secondo i tempi par che si mostri allegra e malinconica e da qualsivoglia parte e in qualsivoglia modo si risguardi, essa con occhio grazioso e vago vi mira, e ferisce né mai vi saziate di vederla e di mirarla».

Il dipinto certamente non vanta pregi artistici, ma colpisce la mesta espressione del volto dominato da due grandi occhi che hanno l’effetto di penetrare l’animo di chi li guarda, lasciandovi un ricordo indelebile. 

Il primo miracolo

Il lunedì di Pasqua del 1450, celebrandosi come di consuetudine ogni anno, dagli abitanti della contrada una festicciola in onore della Beata Vergine Maria, avvenne un prodigio che richiamò su quell’immagine l’attenzione di tutti i fedeli delle terre circonvicine. Presso l’edicola tra le altre cose si giocava a palla-maglio; il gioco consisteva nel colpire una palla di legno con un maglio, e vinceva colui che faceva andare più lontano la propria palla.

Tirò il suo colpo il primo giocatore, poi l’altro, tirò il suo con più energia ed abilità tanto da poter esser certo della vittoria se questo tiro non fosse stato fermato dal tronco di un albero di tiglio, che era sulla direzione e vicino all’edicola della sacra immagine. Indispettito e fuor di sé dalla collera, questi bestemmiò ripetute volte la Santa Vergine, poi, raccattata la palla dal suolo, al colmo dell’ira, la scagliò contro l’effige, colpendola alla guancia sinistra, che subito, quasi fosse stata carne viva,rosseggiò e diede copioso sangue. Gli astanti che, attratti dal gioco, si erano fatti intorno ai due giocatori, ebbero un grido di orrore.

Riavutisi dallo stupore, i presenti presero il disgraziato, e gridando ad un tempo miracolo e giustizia, ne avrebbero fatto scempio, se non fosse giunto opportuno a liberarlo dalle loro mani il conte di Sarno, Gran Giustiziere del Regno, comandante la compagnia contro i banditi. Questi, trovandosi nella contrada, richiamato dal tumulto, accorse con i suoi uomini e s’impadronì del reo, cercando di calmare e trattenere la folla eccitata che chiedeva giustizia.

(Alcune versioni dei fatti dicono che il Giustiziere del Regno, dopo aver constatato il miracolo, lo fece processare e impiccare all’albero di tiglio lì vicino che in 24 ore si seccò. Altre che fu la gente stessa ad impiccarlo, ma che il ramo si ruppe ed il ragazzo si salvò. La versione più probabile è forse questa: la Madonna avrebbe permesso un omicidio di fronte a Lei? Nonostante l’empietà del gesto? No… la Madonna non è una dea assetata di sangue, ma una Madre Misericordiosa.…. N.d.R.)

Sparsasi intorno la fama dell’accaduto, fu un accorrere quotidiano di fedeli. Per venire incontro a questi fedeli, proteggere la sacra Immagine e celebrare la liturgia fu costruito prima un tempietto, con un altare dinanzi, poi, più tardi, una chiesetta e due stanzette, una a pianterreno ed una superiore, per ospitare un custode. L’unico custode di cui abbiamo memorie fu il tale Sebastiano da Aversa terziario domenicano, che dovette curare con solerzia e devozione la chiesetta a lui affidata, perché nel 1544 fece fondere una campana di buone dimensioni, recante la seguente iscrizione: «Io fra Sabba, Terziario dell’Ordine Domenicano, ho fatto fare questa campana di elemosine l’anno del Signore 1544».

I fedeli accorsi nei primi tempi, dopo il miracolo della guancia insanguinata, dovette essere numerosi, e molti i voti e le elemosine, perché troviamo che la chiesetta, quantunque piccolissima, fu dichiarata Rettoria e beneficio canonico, senza cura pastorale, ed i Rettori erano nominati dalla Sede Apostolica. Infatti la confraternita di S.Maria delle Grazie eretta in Sant’Anastasia nella chiesa di S.Maria la Nova era tenuta ad intervenire alle processioni delle domeniche di quaresima stabilite nella chiesa di S.Maria dell’Arco; e d’altra parte il Rettore aveva l’impegno di pagare ogni anno, nel giorno di S.Andrea apostolo, un carlino al Vescovo di Nola.

Il sogno della Madonna

A incrementare la devozione a questa Immagine del Beata Vergine Maria fu la tal Eleonora, già moglie di Marcantonio di Sarno, del Comune di Sant’Anastasia. Apparsole in sogno la stessa Madonna dell’Arco, la avvisò del pericolo che correva l’edicola di precipitare al suolo, e le comandò di provvedere. Al mattino Eleonora si recò alla chiesetta, guardò attentamente l’edicola e trovò esatto quanto in sogno Maria le aveva indicato. Piena di zelo si mise all’opera; ma, povera di mezzi, non potette fare altro che innalzare una rozza scarpata di pietra dietro il muro che minacciava di crollare.

Venuto a sapere di questa esigenza il cavaliere napoletano, Scipione De Rubeis Capece Scondito proprio perché devotissimo della Vergine dell’Arco e anche riconoscente per una grazia ricevuta, provvide a migliorare non solo la statica, ma all’ornamento e decorazione di tutto il tempietto che munì di un robusto cancello di ferro; inoltre per evitare che l’Immagine stessa non fosse guastata dall’intemperante devozione dei fedeli, ne coprì il volto con un grosso cristallo fino al busto ed il rimanente con un cancello di legno dorato.

La “particolare” testimonianza di Aurelia del Prete

Viveva, non molto lontano dalla chiesa della Madonna dell’Arco, una certa Aurelia Del Prete maritata a Marco Cennamo, conosciuta in tutta la contrada per triste fama di bruttezza fisica e morale. Un giorno costei, spaccando della legna si ferì un piede e temendo cose peggiori, fece voto alla Vergine dell’Arco che, se fosse guarita, in segno di riconoscenza, avrebbe portato alla chiesetta una coppia di piedi di cera.

Il lunedi di Pasqua di Resurrezione di quell’anno 1589 essa, cedendo alle preghiere del marito, che si recava alla chiesetta per portarvi anch’egli un voto di cera promesso per una grave malattia agli occhi da cui era guarito, si accompagnò con lui trascinandosi dietro con una corda un porcellino, per trovare occasione di venderlo alla fiera che fin da allora si teneva nei dintorni del Santuario. A causa della gran calca di popolo il porcellino le sfuggi di mano e si mise a correre spaventato tra la folla. Aurelia, bestemmiando, imprecando, si diede a corrergli dietro ed a cercarlo e cosi venne a trovarsi dinanzi alla chiesetta proprio mentre il marito, vi giungeva dall’altra parte con il suo voto. Il porcellino, per caso, era là, in mezzo a loro. A tale vista l’ira della donna giungendo al colmo esplose sbattendo a terra il voto di cera che aveva portato il marito, lo calpestò bestemmiando e maledicendo l’immagine della Vergine Maria e colui che l’aveva dipinta e chi veniva a venerarla. La cosa continuò nonostante le implorazioni del marito e di alcuni presenti.

L’anno seguente una malattia ai piedi portò la donna a restare a letto fino a quando, nonostante le cure dei medici, nella notte tra la domenica di Pasqua e il Lunedì, i piedi si staccarono dalle gambe! I parenti ed Aurelia stessa collegarono la cosa al fatto sacrilego dell’anno precedente. Pur volendo tenere nascosto il tragico evento la cosa si riseppe e siccome l’evento poteva essere di monito per tanti fedeli i piedi dell’Aurelia, dopo alcune vicissitudini, furono esposti nel Santuario.

In breve la fama di tale miracolo si sparse dappertutto; e da vicino, da lontano, da ogni parte, fu un accorrere di fedeli e di curiosi che si recavano all’Arco, per sincerarsi della cosa, o per implorar grazie dalla Vergine.

Di giorno in giorno la folla aumentò, divenne immensa, diventò preoccupante. Fu così necessario porre degli alabardieri e degli uomini armati lungo tutto il percorso per evitare inconvenienti. «Era – dice il Domenici – tale il rumore della moltitudine che pareva un mare quando sta in tempesta!». Il Vescovo di Nola, Monsignor Fabrizio Gallo, cercando di impedire una interpretazione superstiziosa del fatto, ordinò che si chiudesse la chiesetta, si sbarrasse il cancello del tempietto, per proibire ai fedeli di venerare l’Immagine. Poi volle sincerarsi personalmente dell’accaduto ed il giorno 11 maggio, venuto all’Arco, istituì un regolare processo canonico. Interrogò il marito, il medico che l’aveva curata, Francesco d’Alfano, lo speziale Alfonso de Moda, il Cav. Capecelatro ed altri; e infine la stessa Aurelia Del Prete ed avuta relazione dell’accaduto, domandò ad essa cosa ne pensasse; la donna rispose:

«Perchè l’anno passato bestemmiai la Madonna Santissima dell’Arco e questa quaresima non l’ho confessato; questa senza dubbio è la causa del castigo che ricevo allo scadere dell’anno.».

Così il Vescovo, senza attendere la conclusione del processo, ritirò il divieto che proibiva ai fedeli di venerare l’Immagine.

Le stelle attorno al volto della Vergine e altri prodigi

A molti miracoli e molte grazie è legata la devozione alla Vergine Maria dell’Arco; ne fanno fede le testificazioni di migliaia di ex-voto. Tante le testimonianze riportate dal Domenici nel suo scritto; se ne contano circa duecento con riferimenti a persone ben precise, a testimonianze e per alcune anche a veri e propri processi canonici.Oltre a queste innumerevoli grazie ricevute per intercessione della Beata Vergine Maria, la storia della devozione a questa sacra immagine è costellata anche da fenomeni straordinari testificati da testimoni autorevoli in verbali notarili.

Il miracolo della pietra spezzata. Quando fu costruito il tempietto attuale, si volle rivestire di marmi il muro dov’è dipinta l’immagine della Madonna. Con brutta sorpresa si trovò una grossa pietra vesuviana, incastrata nel muro, che con una delle sue punte arrivava sotto la figura della Madonna. Non si riusciva a toglierla con nessun mezzo, anzi c’era pericolo che da un momento all’altro tutto l’intonaco dov’era dipinta l’immagine andasse in briciole. L’architetto Bartolomeo Picchiatti, vistosi perduto, prese in mano la pietra e pregò con fede la Madonna di dargliela. Essa si spezzò: metà restò nel muro e metà cadde a terra. Questa, a ricordo, fu esposta in chiesa, ma per salvarla dai fedeli che ne prendevano delle schegge per devozione, fu collocata in alto in uno dei pilastri del santuario, dove ancora si può vedere. Era la notte del 15 febbraio 1621.

Nel pomeriggio del 7 marzo del 1638 alcune pie donne che pregavano, nell’alzare gli occhi verso la miracolosa Immagine notarono qualche cosa d’insolito. Fissando più attentamente lo sguardo videro che la guancia colpita dalla palla del sacrilego giocatore, sanguinava di nuovo. Prima timidamente, poi a gran voce gridarono al miracolo, facendo accorrere i vicini ed i frati, che, atterriti, dovettero constatare la verità di quanto le buone donne asserivano.

Il prodigio non cessò quella sera, ma fu visibile a tutti per diversi giorni, dando modo così alla notizia di diffondersi anche lontano. E da tutte le parti fu un accorrere concitato di fedeli, curiosi, ammirati ed atterriti insieme; la folla aumentò di giorno in giorno, fu tanta che le autorità stesse religiose e civili non poterono trascurare la cosa. Accorse infatti da Napoli il Viceré D.Ramiro Felipe Muñez de Guzman, duca di Medina las Torres (1637-43); e nello stesso giorno il Vescovo di Nola Monsignor Giambattista Lancellotti mandò il suo Vicario Generale D.Domenico Ignoli, perché constatasse l’accaduto. Il tutto fu testificato con un atto ufficiale da un pubblico notaio e alla presenza del Viceré, di tutti i Padri del convento, di molti Padri Minori Conventuali e di tutti i sacerdoti della Collegiata di Somma.

Tra i vari prodigi certamente quello più evangelico vissuto in modo giornaliero, è stato (ed è ancora oggi) l’assistenza spirituale e materiale ai pellegrini. In certe occasioni però quello che era una evangelica quotidianità diventava testimonianza di grande carità cristiana. Ci si riferisce qui a quei catastrofici eventi che la popolazione campana ha vissuto nei quattro secoli dell’esistenza di questo augusto Santuario mariano.

Quando vi fu l’eruzione del Vesuvio tra la fine del 1631 e l’inizio dell’anno seguente furono ospitati e curati migliaia di persone finché non terminò il pericolo. Anche in questa circostanza si racconta di un prodigio accaduto: per tutto il tempo dell’eruzione il volto della Madonna scomparve e si rese visibile solo alla fine dell’eruzione. A ricordo di tale evento fu posta, dietro l’edicola della sacra Immagine, una lapide di raro marmo nero con una scritta incisa in lettere d’oro.

Anche durante la peste del 1656, che colpì tutta la Campania, mietendo centinaia di migliaia di vittime, il Santuario di Madonna dell’Arco fu un luogo di ricovero e di cura. In questa occasione è nata la devozione di ungersi in casi di malattia con l’olio della lampada votiva che arde, giorno e notte, presso l’Immagine della Beata Vergine. Molte testimonianze attendibili ci sono rimaste a proposito della guarigione avuta dal male della peste nell’invocare con fede la Madonna. Così in altre simili occasioni il Santuario è diventato luogo di riparo e di carità evangelica nell’assistenza dei rifugiati.

Un’altro prodigio che va narrato per la sua eccezionalità e le sicure testimonianze riportateci, accadde al tramonto del 25 marzo 1675. Un religioso del convento piamente pregava dinanzi all’altare di Maria, quando, alzando gli occhi verso l’Immagine, vide sotto la lividura della guancia risplendere una luce color d’oro e tutto intorno sfavillare numerose e piccole stelle. Ritenendo che fosse un’allucinazione chiamò il sacrestano, e senza prevenirlo, l’invitò a guardare l’Immagine. L’interrogato colmo di meraviglia, confermò la visione della luce e delle stelle, e corse a chiamare il Priore, in quel tempo il P.Rossella. Questi si fece accompagnare da altri due frati all’altare della Vergine e constatò anch’egli il miracolo.

Il mattino dopo all’alba, il Vescovo di Nola, Monsignor Filippo Cesarino, avvisato dal Priore del convento, si recò a visitare la Sacra Immagine. Osservò lungamente le stelle, e commosso volle che immediatamente anche il suo Vicario osservasse ed attestasse quel prodigio. Ordinò ai Padri di divulgare la notizia e di non porre ostacoli alla gioia ed al fervore dei fedeli, ed appena ritornato a Nola, comandò che per tutta la Diocesi s’istituissero pubbliche processioni di ringraziamento. Il Vicerè del tempo, Antonio Alvarez Marchese D’Astorga, (1672-75), accorse anche lui al Santuario, e confermando l’ordine del Vescovo di Nola, comandò che per mano di un pubblico notaio venisse redatto un documento riguardante l’accaduto, da inviare poi al Re di Spagna, assieme a una riproduzione dipinta del miracolo stesso. Dopo il Viceré vennero e constatarono il prodigio il Cardinale Orsini (più tardi papa Benedetto XIII), l’Inquisitore di Napoli e i Consultori del Sant’Uffizio Vaticano.

Il 26 aprile, quindi circa un mese dopo (il che significa che tale prodigio durò molto tempo), il notaio Carlo Scalpato da Nola redasse l’atto ufficiale in presenza e con la testimonianza di moltissime persone autorevoli, religiose e civili, tra le quali troviamo il Nunzio della S.Sede presso il Regno di Napoli S. Ecc. Marco Vicentino, Vescovo di Foligno; il Vescovo di Nola Filippo Cesarino; il Vicario Generale della Diocesi, Giovanbattista Fallecchia; il Duca D. Fabrizio Capece Piscicelli del Sedil Capuano e suo fratello Girolamo; Don Nicola Capecelatro; il residente del Duca di Toscana presso la Corte di Napoli, D. Santolo di Maria, ed il giudice del luogo dott. Onofrio Portelli. 

Visita del Papa Pio IX

Pio IX, in seguito alle vicende politiche che lo costrinsero ad abbandonare la sua Sede vaticana, fu ospite del Re di Napoli, Ferdinando II. Stando a Napoli il Papa udì del Santuario e della portentosa Immagine della Madonna dell’Arco. Così volle recarsi a venerare in forma solenne questa Immagine tanto cara al popolo napoletano.

Il 15 dicembre 1849 infatti, a mezzogiorno, il corteo pontificio giunse al Santuario. Accompagnavano Pio IX alcuni Cardinali, ed il Cav. D. Alfonso d’Avalos Marchese di Pescara e Vasto, in rappresentanza dell’autorità civile. Il Sig. De Ionez, Maggiore degli Svizzeri, faceva da cerimoniere. Alla porta del Santuario erano a ricevere Sua Santità, il Maestro Generale dei Domenicani P. Vincenzo Aiello, venuto per l’occasione da Roma, il Provinciale P. Girolamo Gigli, il Priore del convento P. Gian Paolo Brighenti, il Vescovo di Nola Mons. Gennaro Pasca, la Collegiata di S. Anastasia, tutti i frati del convento e una moltitudine di popolo. Appena giunto, il Pontefice, accortosi che le guardie d’onore avevano proibito ai fedeli d’entrare nel tempio, diede ordine che al popolo non fosse vietato l’ingresso, dicendo:

«Innanzi alla Madonna il Papa non entra senza il suo popolo.».

Poi giunto dinanzi all’Immagine, s’inginocchiò e poste le guance fra le palme, pianse, rimanendo così in preghiera per molto tempo.

Il Nunzio a Napoli Mons. Naselli impartì la benedizione eucaristica. Terminata la celebrazione Pio IX entrò in sacrestia, dove ammise al “bacio apostolico” tutti i presenti. Poi, dopo aver visitato il convento ed il vicino Ospizio dei Poveri, fece ritorno a Napoli. 

La solenne Incoronazione

Una delle date che vanno ricordate per la storia del Santuario è quella della solenne Incoronazione dell’Immagine della Madonna dell’Arco, in quanto questa ha dato inizio alla solenne celebrazione che si svolge ogni anno, la seconda domenica di settembre.

Monsignor Tommaso Passero, dell’Ordine dei Predicatori, devotissimo della Vergine, Vescovo di Troia, chiese al Papa di poter incoronare solennemente la sacra Immagine. Il 22 agosto 1873 ottenne tale permesso. Egli stesso offri le due corone di oro, ed affidò il compito di organizzare il solenne rito a S. Ecc. Mons. Tommaso Michele Salzano, Arcivescovo di Edessa, anch’egli dell’Ordine Domenicano.

DIO NEL MIO CUORE…

Quanta sofferenza che c’è nel mondo…quanto dolore…quanta morte….proprio nella Settimana Santa….in cui si vive,per chi la sta vivendo davvero col Cuore, la passione,morte e risurrezione di Gesu’ Cristo. Per me è la prima volta che vivo con fede questo periodo Quaresimale,con tanta fede,con tanta forza e con tanto Amore…un Amore che non conoscevo…perche’ non volevo conoscerlo….non volevo ascoltare…il mio cuore era chiuso nel suo egoismo…era diventato di pietra…ma poi qualcuno….ha spalancato il mio cuore…e mi ha fatto capire,ma soprattutto sentire l’Amore forte e avvolgente di Dio….adesso non riesco a capire come io abbia fatto a vivere ignorando l’AMORE di DIO….eppure lui ha avuto tanta e tanta pazienza con me….e lo ringrazio di cuore….adesso nel mio cuore c’è lui…e vorrei riuscire a trasmetterlo e farlo sentire a tutti gli altri…purtoppo non tutti vogliono aprire il loro cuore…perche’ non è facile…quando il peccato è nella nostra vita…è difficile e scomodo abbandonarsi a lui…ma io non perdo fede…per chi non vuole credere; ….Io ti Amo Gesu’…anche per chi non ti Ama…io ti Adoro Gesu’….anche per chi non ti Adora..io Credo Gesu’…anche per chi non crede in te…Io ti Ringrazio Gesu’…anche per chi non ti ringrazia.Vorrei che le mie parole toccassero il cuore…di chi ancora non vive l’Amore…Maria
 
 
 

GIOVANNI PAOLO II…
 

  • Non abbiate paura di dire sì a Gesù e di seguirlo come suoi discepoli. Allora i vostri cuori si riempiranno di gioia e voi diventerete una beatitudine per il mondo. Ve lo auguro con tutto il mio cuore.
  • Non abbiate paura di aprire le porte a Cristo! Sì, spalancate le porte a Lui! Non abbiate paura!
  • Non abbiate paura di Cristo! Fidatevi di Lui fino in fondo! Egli solo "ha parole di vita eterna". Cristo non delude mai!
  • Non abbiate paura perché Gesù è con voi! Non abbiate paura di perdervi: più donerete e più ritroverete voi stessi.
  • Non abbiate paura di aspirare alla santità! Dal secolo che volge al suo termine e del nuovo millennio fate un’era di uomini santi!
  • Non abbiate paura di proclamare, in ogni circostanza, il Vangelo della croce. Non abbiate paura di andare controcorrente!
  • Non abbiate paura e non stancatevi mai di ricercare le risposte vere alle domande che vi stanno di fronte. Cristo, la verità, vi farà liberi!
  • Non abbiate paura della vostra giovinezza e di quei profondi desideri che provate di felicità, di verità, di bellezza e di durevole amore!