Le apparizioni de Le Tre Fontane (1947) ROMA

IL VEGGENTE

Bruno Cornacchiola nasce a Roma il 9 maggio 1913. La sua famiglia, povera materialmente, è addirittura squallida nei valori spirituali. Sua madre, assillata dal lavoro fuori casa, non può dedicarsi alla loro educazione. Suo padre, quasi sempre ubriaco, lo picchia spesso, tanto che ad un certo momento decide di non rincasare più la sera e passa la notte in qualche grotta della periferia di Roma o nei locali presso la Scala Santa.
Bruno racconta di sé:

“Viaggiavo in ferrovia e non pagavo il biglietto perché mi nascondevo sotto i sedili delle carrozze quando passava il bigliettaio e se si presentava l’occasione rubavo, preoccupato soltanto di non farmi prendere dai carabinieri. ..”.

A 23 anni si sposa con Iolanda Lo Gatto. Non vuole però ricevere il Sacramento del Matrimonio e solo per accontentare la futura moglie accondiscende a celebrarlo in sacrestia.

Durante la guerra civile in Spagna parte come volontario, attratto dal miraggio della buona remunerazione, e vi rimane tre anni. Fa amicizia con un soldato tedesco, protestante, che gli instilla l’odio per la Chiesa e il Papa. Finita la guerra di Spagna, prima di ritornare in patria entra in un’armeria a Toledo e compra un pugnale, sul cui manico scrive: “A morte il Papa”.
Arrivato in patria, è preoccupato nella ricerca di un lavoro e per il problema religioso che lo sconvolge. In quei giorni stende il suo piano:

“Per salvare l’umanità dovrò uccidere i preti in qualunque luogo, cercherò in tutti i modi di distruggere la Chiesa cattolica e sarà mio dovere pugnalare il Papa”.

Vuole convincere la moglie ad abbandonare la sua fede cattolica e spesso la picchia. Un giorno la moglie, esasperata, fa con lui uno strano patto: “Bruno, tu vuoi che io entri con te a far parte della Chiesa protestante. .. Accetto, ma ad una condizione: ti devi confessare e ricevere la comunione nei primi nove venerdì del mese. Se alla fine di questa pia pratica vorrai ancora cambiare religione ti seguirò anch’io, se no continueremo insieme nella fede del nostro battesimo”.

L’uomo acconsente e riceve per nove volte, ogni primo venerdì del mese, l’Eucaristia, ma non muta parere; così, fallita la prova, la moglie passa con lui al protestantesimo.

Ma Cristo lo attende al varco.

L’APPARIZIONE

Il 12 aprile 1947, sabato, decide di andare con i suoi figlioli al lido di Ostia, ma giunto alla stazione ostiense, il treno era già partito. Allora si dirige verso la località “Tre Fontane”, nello spiazzo antistante l’abbazia dei Trappisti. Si rivolge ai bambini:

“Gianfranco, Carlo, Isola, voi potete giocare a palla, ma non allontanatevi troppo”.

Essi partono immediatamente, sparendo e apparendo tra le piante con grida festose, mentre Bruno si siede su un muretto, ai margini del boschetto di eucalipti, per preparare uno scritto contro la Vergine Maria. Si è portato una Bibbia e dei fogli e subito getta su un foglio le prime battute: “La Madonna non è Vergine, non è Immacolata, non è Assunta in cielo…”.

Frattanto i bambini lo chiamano:

“Papà, abbiamo perduto la palla, vieni a cercarla con noi!” .

Egli si alza e incontrato Carlo, il più grandicello, si dispone con lui a ispezionare il terreno. Isola si sposta e raccoglie fiori. Gianfranco siede in disparte per sfogliare un giornalino. Cornacchiola racconta:

“Carlo ed io scendemmo nella scarpata verso via Laurentina per trovare la palla, ma non la vedemmo. Desiderando assicurarmi che il più piccolo non si fosse allontanato dal luogo assegnatogli, lo chiamavo per nome ed egli mi rispondeva. Ad un certo momento, però, non lo sentii più e pur avendo alzato la voce, non ebbi nessuna risposta. Preoccupato risalii, mi portai verso i cespugli vicino alla grotta dove l’avevo lasciato, ma non lo vidi. Perciò gridai ancora più forte:

“Gianfranco, dove sei?” – Invano.

Sempre più preoccupato lo cercavo affannosamente tra i cespugli e le rocce e finalmente trovai il bambino inginocchiato all’ingresso di una grotta, a sinistra di chi la guarda. Teneva le mani giunte come se pregasse e guardava all’interno con viva attenzione, sorridendo e bisbigliando qualcosa. Mi avvicinai di più e udii distintamente tali parole:

“Bella Signora!… Bella Signora!…” .

“Che dici, Gianfranco, – chiesi – che cosa fai?” .

Credevo fosse un gioco di bambini, poiché nessuno in casa aveva insegnato a lui, non ancora battezzato, quell’atteggiamento di preghiera.

Allora chiamai:

“Isola, vieni giù, spiegami tu qualcosa!” .

Mi obbedì e…

“Cosa c’è là dentro? – domandai – Vedi niente tu?”

“No papà” – risponde, e nello stesso tempo anch’essa cadde in ginocchio a destra del fratellino. I fiori le uscirono dalle mani, mentre lo sguardo era fisso all’interno della grotta. Anche lei sottovoce bisbigliava:

“Bella Signora!… Bella Signora!…” .

Io, stizzito più che mai, mi chiedevo la motivazione del curioso modo di fare dei figli che, in ginocchio, guardavano incantati verso l’interno della grotta, ripetendo le stesse parole. Pensai di chiamare Carlo che stava ancora cercando la palla e…

“Vieni anche tu qui – pregai – e spiegami che fanno i tuoi fratelli in quella curiosa posizione… Forse l’avete preparato voi questo gioco?” .

“Ma cosa dici – egli osservò – di quale gioco parli?… Non lo conosco e non lo so fare!” .

Appena pronunciate simili parole anche lui cadde in ginocchio a destra di Isola, con le mani giunte e gli occhi fissi ad un punto che lo affascinava entro la grotta, ripetendo le stesse parole:

“Bella Signora!…”.

“È troppo! – gridai – Anche tu mi prendi in giro!”.

Non ne potevo più e con i nervi a pezzi:

“Carlo, – imposi – via di qui”.

E, poiché non si muoveva, cercai di alzarlo, ma non ci riuscii. Sembrava di piombo. Allora ebbi paura. Mi avvicinai trepidante alla bambina e:

“Isola – la invitai – alzati e non fare come Carlo!”.

Quella non rispose. Tentai di smuoverla ma non ci riuscii. Invaso dal terrore, nell’osservare le pupille dilatate dei figli estatici e il pallore dei loro volti, abbracciai il più piccolo e:

“Su alzati. – dissi – È possibile che le mie braccia siano state private di tanta energia?”.

A questo punto:

“Ma che cosa succede qui? – esclamai – Ci sono forse delle streghe nella grotta oppure qualche diavolo?…”.

Poi, istintivamente:

“Chiunque tu sia, fossi anche un prete, vieni fuori!”.

Entrai nell’antro, deciso di prendere a pugni lo strano essere, ma la grotta era vuota”.

 

Cornacchiola esce allora in preda alla disperazione e, piangendo convulsamente, alza le braccia e gli occhi al cielo e grida:

“Dio, salvaci tu!”.

“Quand’ecco – egli dice – emessa l’invocazione, vidi improvvisamente due candidissime mani che si muovevano verso di me e sentii che mi sfioravano la faccia. Ebbi la sensazione che mi si strappasse qualcosa dagli occhi. In quell’istante provai un certo dolore e rimasi nell’oscurità più profonda…

A questo punto io non vedevo più né la cavità né ciò che vi stava dentro, ma fui invaso da un’insolita gioia”.

In quell’istante è rapito dalla visione di una giovanile figura di donna, avvolta nello splendore di una luce d’oro, ferma e dolcemente statica. Bruno la fissa con trasporto, vinto dal fascino di tanta bellezza, attratto da quella luce che, pur intensissima, non offende la vista ma lo inonda di soavità sovrumana. La donna veste una tunica bianca e luminosa, stretta ai fianchi da una fascia rosa. Ha capelli neri, un tantino sporgenti dal velo verde-prato che la copre dalle spalle ai piedi. Da sotto la vesta escono i piedi nudi e verginali, fermi sopra un masso di tufo anch’esso circondato di luce. Nella mano destra regge, appoggiandolo al petto, un libro di colore grigio, su cui tiene pure l’altra mano. Soprattutto è affascinato dal volto di quella creatura, un volto in cui si fondono il candore innocente della puerizia, la vaghezza e la grazia della verginità, la gravità maestosa della sublime maternità. Continua il veggente:

“Vidi che la bella Signora lentamente muoveva la mano sinistra ed indicava qualcosa ai suoi piedi. Guardai e vidi a terra un drappo nero sostenente una croce spezzata”.

Cornacchiola pensa che quel drappo nero, simile a una veste stracciata, e la croce spezzata, volessero alludere all’abito talare, con ogni altro segno di distinzione, da molti religiosi e sacerdoti ormai messo da parte.

“Il mio primo impulso fu quello di lanciare un grido, ma la voce mi moriva in gola”.

 

L’Apparizione, quasi offrendo il libro che teneva in mano, con tono ineffabilmente dolce disse:

“Sono Colei che sono nella Trinità Divina”.

“Sono la VERGINE DELLA RIVELAZIONE”.

“Tu mi perseguiti, ora basta! Entra nell’ovile santo, corte celeste in terra. Il giuramento di Dio è e rimane immutabile: i nove venerdì del Sacro Cuore, che tu facesti, amorevolmente spinto dalla tua fedele sposa prima di iniziare la via dell’errore, ti hanno salvato!”.

Intanto un profumo misterioso e indefinibile inonda l’ambiente e sembra coprire la sporcizia del suolo, triste strascico di squallidi incontri.

Dopo essersi così presentata, la celestiale Signora tiene una prolungata allocuzione al figlio che sta per ritornare a Dio, parte della quale è rivolta a lui stesso e a tutti i fedeli, l’altra invece contiene un messaggio segreto per il Santo Padre. Poi continua:

“Desidero darti una sicura prova della divina realtà che stai vivendo, perché tu possa escludere ogni altra motivazione del tuo incontro, compresa quella del nemico infernale. E questo è il segno: Quando incontrerai un sacerdote nella chiesa o per via, avvicinalo e rivolgigli questa espressione: “Padre, le devo parlare!”. Se costui ti risponderà: “Ave Maria, figliolo, cosa vuoi?” pregalo di fermarsi perché è quello da me scelto. A lui manifesterai ciò che il cuore ti dirà e obbediscilo, ti indicherà infatti un altro sacerdote con queste parole: “Quello fa per il tuo caso”.

“Ti recherai poi dal Santo Padre, il supremo pastore della cristianità e gli consegnerai personalmente il mio messaggio. Ti condurrà dal Papa qualcuno che io ti indicherò”.

“Alcuni a cui tu narrerai questa visione non ti crederanno, ma non lasciarti deprimere…”.

Poi, con atteggiamento di materna benignità e serena mestizia, l’incantevole Signora gira su se stessa e si allontana.


Nel messaggio, la Madonna chiede con insistenza a tutti la preghiera ed invita alla recita del Rosario:

“Si preghi assai e si reciti il Rosario quotidiano per la conversione dei peccatori, degli increduli e per l’unità dei cristiani. Le Ave Maria che voi dite con fede e amore, sono tante frecce d’oro che raggiungono il Cuore di Gesù”.

Ed ecco, quasi a premio di coloro che ascolteranno il suo materno messaggio, la Vergine promette celesti favori:

“Con questa terra di peccato opererò potenti miracoli per la conversione degli increduli”.

Nella sua bontà Ella vuole anche svelare il Figlio nei misteri della sua vita intima, legata alla Augusta Trinità:

“Il mio corpo non poteva marcire e non marcì. Mio Figlio e gli angeli mi vennero a prendere al momento del mio trapasso”.


Il 9 dicembre 1949 il Santo Padre Pio XII invitò i tranvieri di Roma, accompagnati da padre Rotondi, a recitare con lui il Rosario nella sua cappella privata. Lasciamone la descrizione a Cornacchiola:

“Tra i lavoratori c’ero anch’io; portavo con me il pugnale e la Bibbia sulla quale stava scritto: “Questa è la morte della Chiesa Cattolica, col Papa in testa”. Volevo consegnare al Santo Padre il pugnale e la Bibbia. Finito il Rosario il Papa disse:

“Qualcuno di voi mi vuol parlare?”.

Io mi inginocchiai e dissi:

“Santità, sono io!”.

Gli altri lavoratori fecero largo per il passaggio del Papa; egli si chinò verso di me, mi pose la mano sulla spalla, avvicinò il suo volto al mio e chiese:

“Cosa c’è, figlio mio?”.

“Santità, qui c’è la Bibbia protestante che interpretavo erroneamente e con la quale ho ucciso molte anime”.

Piangendo consegnai anche il pugnale sul quale stava scritto “Morte al Papa” e sussurrai:

– “Chiedo perdono di aver osato solo pensare a tanto. Avevo progettato di ucciderla con questo pugnale!”.

Il Santo Padre prese quegli oggetti, mi guardò, sorrise e osservò:

“Caro figlio, con ciò non avresti fatto altro che dare un nuovo martire alla Chiesa, ma a Cristo una vittoria dell’amore..”

 

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Le apparizioni de Le Tre Fontane (1947)

Bruno Cornacchiola nasce a Roma il 9 maggio 1913. La sua famiglia, povera materialmente, è addirittura squallida nei valori spirituali. Sua madre, assillata dal lavoro fuori casa, non può dedicarsi alla loro educazione. Suo padre, quasi sempre ubriaco, lo picchia spesso, tanto che ad un certo momento decide di non rincasare più la sera e passa la notte in qualche grotta della periferia di Roma o nei locali presso la Scala Santa.
Bruno racconta di sé:

"Viaggiavo in ferrovia e non pagavo il biglietto perché mi nascondevo sotto i sedili delle carrozze quando passava il bigliettaio e se si presentava l’occasione rubavo, preoccupato soltanto di non farmi prendere dai carabinieri. ..".

A 23 anni si sposa con Iolanda Lo Gatto. Non vuole però ricevere il Sacramento del Matrimonio e solo per accontentare la futura moglie accondiscende a celebrarlo in sacrestia.

Durante la guerra civile in Spagna parte come volontario, attratto dal miraggio della buona remunerazione, e vi rimane tre anni. Fa amicizia con un soldato tedesco, protestante, che gli instilla l’odio per la Chiesa e il Papa. Finita la guerra di Spagna, prima di ritornare in patria entra in un’armeria a Toledo e compra un pugnale, sul cui manico scrive: "A morte il Papa".
Arrivato in patria, è preoccupato nella ricerca di un lavoro e per il problema religioso che lo sconvolge. In quei giorni stende il suo piano:

"Per salvare l’umanità dovrò uccidere i preti in qualunque luogo, cercherò in tutti i modi di distruggere la Chiesa cattolica e sarà mio dovere pugnalare il Papa".

Vuole convincere la moglie ad abbandonare la sua fede cattolica e spesso la picchia. Un giorno la moglie, esasperata, fa con lui uno strano patto: "Bruno, tu vuoi che io entri con te a far parte della Chiesa protestante. .. Accetto, ma ad una condizione: ti devi confessare e ricevere la comunione nei primi nove venerdì del mese. Se alla fine di questa pia pratica vorrai ancora cambiare religione ti seguirò anch’io, se no continueremo insieme nella fede del nostro battesimo".

L’uomo acconsente e riceve per nove volte, ogni primo venerdì del mese, l’Eucaristia, ma non muta parere; così, fallita la prova, la moglie passa con lui al protestantesimo.

Ma Cristo lo attende al varco.

L’APPARIZIONE

Il 12 aprile 1947, sabato, decide di andare con i suoi figlioli al lido di Ostia, ma giunto alla stazione ostiense, il treno era già partito. Allora si dirige verso la località "Tre Fontane", nello spiazzo antistante l’abbazia dei Trappisti. Si rivolge ai bambini:

"Gianfranco, Carlo, Isola, voi potete giocare a palla, ma non allontanatevi troppo".

Essi partono immediatamente, sparendo e apparendo tra le piante con grida festose, mentre Bruno si siede su un muretto, ai margini del boschetto di eucalipti, per preparare uno scritto contro la Vergine Maria. Si è portato una Bibbia e dei fogli e subito getta su un foglio le prime battute: "La Madonna non è Vergine, non è Immacolata, non è Assunta in cielo…".

Frattanto i bambini lo chiamano:

"Papà, abbiamo perduto la palla, vieni a cercarla con noi!" .

Egli si alza e incontrato Carlo, il più grandicello, si dispone con lui a ispezionare il terreno. Isola si sposta e raccoglie fiori. Gianfranco siede in disparte per sfogliare un giornalino. Cornacchiola racconta:

"Carlo ed io scendemmo nella scarpata verso via Laurentina per trovare la palla, ma non la vedemmo. Desiderando assicurarmi che il più piccolo non si fosse allontanato dal luogo assegnatogli, lo chiamavo per nome ed egli mi rispondeva. Ad un certo momento, però, non lo sentii più e pur avendo alzato la voce, non ebbi nessuna risposta. Preoccupato risalii, mi portai verso i cespugli vicino alla grotta dove l’avevo lasciato, ma non lo vidi. Perciò gridai ancora più forte:

"Gianfranco, dove sei?" – Invano.

Sempre più preoccupato lo cercavo affannosamente tra i cespugli e le rocce e finalmente trovai il bambino inginocchiato all’ingresso di una grotta, a sinistra di chi la guarda. Teneva le mani giunte come se pregasse e guardava all’interno con viva attenzione, sorridendo e bisbigliando qualcosa. Mi avvicinai di più e udii distintamente tali parole:

"Bella Signora!… Bella Signora!…" .

"Che dici, Gianfranco, – chiesi – che cosa fai?" .

Credevo fosse un gioco di bambini, poiché nessuno in casa aveva insegnato a lui, non ancora battezzato, quell’atteggiamento di preghiera.

Allora chiamai:

"Isola, vieni giù, spiegami tu qualcosa!" .

Mi obbedì e…

"Cosa c’è là dentro? – domandai – Vedi niente tu?"

"No papà" – risponde, e nello stesso tempo anch’essa cadde in ginocchio a destra del fratellino. I fiori le uscirono dalle mani, mentre lo sguardo era fisso all’interno della grotta. Anche lei sottovoce bisbigliava:

"Bella Signora!… Bella Signora!…" .

Io, stizzito più che mai, mi chiedevo la motivazione del curioso modo di fare dei figli che, in ginocchio, guardavano incantati verso l’interno della grotta, ripetendo le stesse parole. Pensai di chiamare Carlo che stava ancora cercando la palla e…

"Vieni anche tu qui – pregai – e spiegami che fanno i tuoi fratelli in quella curiosa posizione… Forse l’avete preparato voi questo gioco?" .

"Ma cosa dici – egli osservò – di quale gioco parli?… Non lo conosco e non lo so fare!" .

Appena pronunciate simili parole anche lui cadde in ginocchio a destra di Isola, con le mani giunte e gli occhi fissi ad un punto che lo affascinava entro la grotta, ripetendo le stesse parole:

"Bella Signora!…".

"È troppo! – gridai – Anche tu mi prendi in giro!".

Non ne potevo più e con i nervi a pezzi:

"Carlo, – imposi – via di qui".

E, poiché non si muoveva, cercai di alzarlo, ma non ci riuscii. Sembrava di piombo. Allora ebbi paura. Mi avvicinai trepidante alla bambina e:

"Isola – la invitai – alzati e non fare come Carlo!".

Quella non rispose. Tentai di smuoverla ma non ci riuscii. Invaso dal terrore, nell’osservare le pupille dilatate dei figli estatici e il pallore dei loro volti, abbracciai il più piccolo e:

"Su alzati. – dissi – È possibile che le mie braccia siano state private di tanta energia?".

A questo punto:

"Ma che cosa succede qui? – esclamai – Ci sono forse delle streghe nella grotta oppure qualche diavolo?…".

Poi, istintivamente:

"Chiunque tu sia, fossi anche un prete, vieni fuori!".

Entrai nell’antro, deciso di prendere a pugni lo strano essere, ma la grotta era vuota".

Cornacchiola esce allora in preda alla disperazione e, piangendo convulsamente, alza le braccia e gli occhi al cielo e grida:

"Dio, salvaci tu!”.

"Quand’ecco – egli dice – emessa l’invocazione, vidi improvvisamente due candidissime mani che si muovevano verso di me e sentii che mi sfioravano la faccia. Ebbi la sensazione che mi si strappasse qualcosa dagli occhi. In quell’istante provai un certo dolore e rimasi nell’oscurità più profonda…

A questo punto io non vedevo più né la cavità né ciò che vi stava dentro, ma fui invaso da un’insolita gioia".

In quell’istante è rapito dalla visione di una giovanile figura di donna, avvolta nello splendore di una luce d’oro, ferma e dolcemente statica. Bruno la fissa con trasporto, vinto dal fascino di tanta bellezza, attratto da quella luce che, pur intensissima, non offende la vista ma lo inonda di soavità sovrumana. La donna veste una tunica bianca e luminosa, stretta ai fianchi da una fascia rosa. Ha capelli neri, un tantino sporgenti dal velo verde-prato che la copre dalle spalle ai piedi. Da sotto la vesta escono i piedi nudi e verginali, fermi sopra un masso di tufo anch’esso circondato di luce. Nella mano destra regge, appoggiandolo al petto, un libro di colore grigio, su cui tiene pure l’altra mano. Soprattutto è affascinato dal volto di quella creatura, un volto in cui si fondono il candore innocente della puerizia, la vaghezza e la grazia della verginità, la gravità maestosa della sublime maternità. Continua il veggente:

"Vidi che la bella Signora lentamente muoveva la mano sinistra ed indicava qualcosa ai suoi piedi. Guardai e vidi a terra un drappo nero sostenente una croce spezzata".

Cornacchiola pensa che quel drappo nero, simile a una veste stracciata, e la croce spezzata, volessero alludere all’abito talare, con ogni altro segno di distinzione, da molti religiosi e sacerdoti ormai messo da parte.

"Il mio primo impulso fu quello di lanciare un grido, ma la voce mi moriva in gola".

L’Apparizione, quasi offrendo il libro che teneva in mano, con tono ineffabilmente dolce disse:

"Sono Colei che sono nella Trinità Divina".

"Sono la VERGINE DELLA RIVELAZIONE”.

"Tu mi perseguiti, ora basta! Entra nell’ovile santo, corte celeste in terra. Il giuramento di Dio è e rimane immutabile: i nove venerdì del Sacro Cuore, che tu facesti, amorevolmente spinto dalla tua fedele sposa prima di iniziare la via dell’errore, ti hanno salvato!".

Intanto un profumo misterioso e indefinibile inonda l’ambiente e sembra coprire la sporcizia del suolo, triste strascico di squallidi incontri.

Dopo essersi così presentata, la celestiale Signora tiene una prolungata allocuzione al figlio che sta per ritornare a Dio, parte della quale è rivolta a lui stesso e a tutti i fedeli, l’altra invece contiene un messaggio segreto per il Santo Padre. Poi continua:

"Desidero darti una sicura prova della divina realtà che stai vivendo, perché tu possa escludere ogni altra motivazione del tuo incontro, compresa quella del nemico infernale. E questo è il segno: Quando incontrerai un sacerdote nella chiesa o per via, avvicinalo e rivolgigli questa espressione: "Padre, le devo parlare!". Se costui ti risponderà: "Ave Maria, figliolo, cosa vuoi?" pregalo di fermarsi perché è quello da me scelto. A lui manifesterai ciò che il cuore ti dirà e obbediscilo, ti indicherà infatti un altro sacerdote con queste parole: "Quello fa per il tuo caso".

"Ti recherai poi dal Santo Padre, il supremo pastore della cristianità e gli consegnerai personalmente il mio messaggio. Ti condurrà dal Papa qualcuno che io ti indicherò".

"Alcuni a cui tu narrerai questa visione non ti crederanno, ma non lasciarti deprimere…".

Poi, con atteggiamento di materna benignità e serena mestizia, l’incantevole Signora gira su se stessa e si allontana.


Nel messaggio, la Madonna chiede con insistenza a tutti la preghiera ed invita alla recita del Rosario:

"Si preghi assai e si reciti il Rosario quotidiano per la conversione dei peccatori, degli increduli e per l’unità dei cristiani. Le Ave Maria che voi dite con fede e amore, sono tante frecce d’oro che raggiungono il Cuore di Gesù".

Ed ecco, quasi a premio di coloro che ascolteranno il suo materno messaggio, la Vergine promette celesti favori:

"Con questa terra di peccato opererò potenti miracoli per la conversione degli increduli".

Nella sua bontà Ella vuole anche svelare il Figlio nei misteri della sua vita intima, legata alla Augusta Trinità:

"Il mio corpo non poteva marcire e non marcì. Mio Figlio e gli angeli mi vennero a prendere al momento del mio trapasso".


Il 9 dicembre 1949 il Santo Padre Pio XII invitò i tranvieri di Roma, accompagnati da padre Rotondi, a recitare con lui il Rosario nella sua cappella privata. Lasciamone la descrizione a Cornacchiola:

"Tra i lavoratori c’ero anch’io; portavo con me il pugnale e la Bibbia sulla quale stava scritto: "Questa è la morte della Chiesa Cattolica, col Papa in testa". Volevo consegnare al Santo Padre il pugnale e la Bibbia. Finito il Rosario il Papa disse:

"Qualcuno di voi mi vuol parlare?".

Io mi inginocchiai e dissi:

"Santità, sono io!".

Gli altri lavoratori fecero largo per il passaggio del Papa; egli si chinò verso di me, mi pose la mano sulla spalla, avvicinò il suo volto al mio e chiese:

"Cosa c’è, figlio mio?".

"Santità, qui c’è la Bibbia protestante che interpretavo erroneamente e con la quale ho ucciso molte anime".

Piangendo consegnai anche il pugnale sul quale stava scritto "Morte al Papa" e sussurrai:

– "Chiedo perdono di aver osato solo pensare a tanto. Avevo progettato di ucciderla con questo pugnale!".

Il Santo Padre prese quegli oggetti, mi guardò, sorrise e osservò:

"Caro figlio, con ciò non avresti fatto altro che dare un nuovo martire alla Chiesa, ma a Cristo una vittoria dell’amore.."